PER L’ITALIA DOPO LA VITTORIA. La storia, dunque, è questa. Nel momento più grave della guerra europea, quando per la loro forza militare esuberante, vi erano novanta probabilità su cento che gli Imperi Centrali schiacciassero le potenze dell’Intesa, l’Italia seguendo la legge della sua civiltà, che non ammette trattati a delinquere, si staccò dagli Imperi Centrali ai qUali era legata da un trattato allora trentenne : proclamò la sua neutralità : si armò rapidamente come meglio potè, e quindi entrò in guerra. Stette in campo tre anni, combattendo le più aspre battaglie — le battaglie contro le montagne armate — sacrificando in quelle terribili battaglie il miglior fiore di sua gente; spendendo — cosa che non pare estranea alla guerra — dai 60 ai 70 miliardi, sopra gli 80 nei quali è calcolata la sua ricchezza o la sua povertà ; dopo varie vicende, ora tristi ora liete, ottiene alfine per il genio dei suoi capitani e il valore dei suoi soldati, una delle più grandi vittorie che la storia ricordi, con la distruzione completa dell’esercito nemico. Conclusa la guerra con una simile vittoria, parrebbe, non è vero?, che essa dovesse avere il diritto di coglierne i frutti, come suole accadere tutte le volte che una potenza batta ed abbatta un’altra, e tutti, amici e indifferenti, dovessero essere lieti di riconoscerle questo diritto, che è poi un diritto elementare primordiale, in ogni tempo e in - 183 -