— 207 — di fuori, specialmente per opera del Turco ; quindi si affaticò, quanto più gli riuscì possibile, per rinnovare la Lega, per la quale tanto si era adoperato Alfonso, e per vincere gli ostacoli che di continuo, contro tale nobilissima impresa, venivano opposti dalla Repubblica di Venezia e dalle mene fratricide di Bartolomeo da Bergamo, detto il Coleone, che militava ai servigi di essa. Per tanto, addì 4 febbraio 1467, da Castello Tripergole, scriveva agli Ambasciatori presso la Corte di Roma : la seguente lettera, che ricaviamo, insieme alle altre, dal Codice Aragonese: « ....Da nui corno simo certi haverite sentuto so venuti dui am-« baxiaturi de ragusa, et tra laltre cose quale ne hanno referito « ne hano dicto la condicione de le cose della guerra con lo tur-« cho essere tale che si con grandissima celerità et in bono modo « non si provede in brevissimo spacio dicto turcho occuperà quello « li e restato de lalbania et tucte quelle marine et quanto paysi « ce de veneciani et altri in forma che tucto bavera spianato e « reducto a suo dominio, volemo de questa parte habiate noticia « accio ne possite dare aviso a la S.ta de n. S. — in castello tri-« pergularum iiij februari MCCCCLXVII - Rex Ferdinandus. » In seguito a notizie più gravi, fornitegli da Gerardo de Collis, egli, il 13 febbraio, scrivendo dal Castelnuovo, faceva sapere a costui che « da più di » avea incominciato « ad spaczare le sue « gente » e che le avea fatte « tucte congregare in abruczo », dove si sarebbe egli stesso recato personalmente, « per meglio « providere ad ome occurrentia »; e il giorno 3 aprile, in una lettera diretta al Cardinale di Ravenna, cogliendo l’occasione che un messo del Despota di Larta era giunto a Roma, per comunicare al Papa « larmata del Turco essere fora et per domandareli « aiuto », esclamava: « piaccia a n. s. dio aiutare a li soi fideli, « che multo ne pare le cose se preparano a favore del dicto Turco. « speramo pero che n. s. donara tale assecto a le cose de Italia « che se pora fare alcuna provisione per salute de la nostra « fede ». Quando l’imperatore Federico d’Alemagna si disponeva a recarsi in Roma, il Re nel congratularsi di ciò con lui, il giorno 8 aprile, gli manifestava la speranza che tale viaggio potesse riuscire utile e vantaggioso all’ Italia e alla religione cristiana, « hoc presentirò tempore quo maximum imminet periculum ne « Turchus Italiam opprimat et contra cliristianos grassetur cum « terra marique exercitum classem amplissimasque copias instruxe-« rit paraverit et fere eduxerit. » Continuava da parte sua frattanto i preparativi bellicosi e nell’atto che. a’ 21 dello stesso mese, assicurava Amico Giunta che la pace e la quiete in Italia non sarebbero state punto turbate, a cagione delle provvisioni che si facevano da lui e dai collegati, in vista « de li preparatori et armamento de lo Turcho »; sollecitava, per mezzo di Fabrizio Carraia, il Duca di Milano a for-