659 MDXXXII, MAMO. 660 violenlia che già Ire note se senti inOamata la gamba di un tanto ardore et con una doglia si intensa che non trovava requie, gli fono sta fatti remedi assai, et questa notte passata ha riposalo benissimo senza dolor, et hozi è sialo anche meglio, tal che, gralia de nostro signor Dio, si spera che non sentirà altro, però bisognarà star alcuni zorni con la gamba alla a riposare. Da che senio qui le nove de le expedilion dii Turco contra christiani sono mollo risaldate, et avanti liieri el conte de Salrn primo zamberlan dii serenissimo re di Romani che gionse da Vienna, referisse esser avisi conformi da molte bande che l1 apparalo de esso Turco ò di sorte in tal esser * che senza manco farà l’impresa, perchè sogliono Turchi dare ogni anno el verde a loro cavalli, si tiene che per avanzar tempo vera ad Argello a li confini de Hongaria, di là da Belgrado, dove dicono che sono li più belli herbagi et in magior copia che si possa imaginar, però non si fa per qua ancora provisione manifesta, de la quale se possa coniecturare che queste nove siano tenute infatibile. La tardanza che fanno questi principi de convenirsi in questo loco, fa dubitar che la Maestà Cesarea non potrà così presto expedirse di qua, come sino qui s’ è exlimato, prima perchè si starà tanto più a cominciar la dieta quanto quelli stanno più a giongervi, da poi el venirvi cosi lentamente come fano fa dubitare che le materie non siano talmente disposte bene che se ne possi sperar presta resolulion, però il loco dove senio non comporla mollo longamenle gran copia de gente per esser et incomodo et penurioso, tanto più che questi principi non si possono scordar la spesa che fecero in Augusta, et tulli li prepositi se ne serveno di argumento che non vorano spender allrelanlo qui, però quello che habbia a reussir noti si sa, et ancora judicano seria possibile che fra tanto che la Maestà Cesarea sarà libera da li negoci de la dieta, che la atenderà ne le expedi-tione .... questi che aspelano la mercede sopra li beni de ribelli, li quali sono siati dalla parlila de Bruseles a Colonia, da Colonia a Maguntia, da Magunlia a qui, con speranza di esser expedili, poiria anche esser che la speranza per qualchedun sia pur vana, torsi perchè se questi fossero expedili avanti che Sua Maestà parla de qui per Italia, se-riano cosi indiscreti che non aspeleriano de acom-pagnarvela. Monsignor de Granvilla già 3 giorni gionse qui da Bergogna, dove è stalo a dare una oehiula a le cose sue. Il signor Berasmo Doria è gionto qui, la causa è che Sua Maestà mandò a questi dì a rizercarlo al signor Andrea, che da mò inanli se ha da chiamar il principe di Melfe, per conferir seco a le cose le qual per ancora non se intendono, nè esso ancora per la inJisposilion de Soa Maestà ha hauto audientia: per lui ho baule le lettere. Da Cividal di Fritti, di sier Marco Gri- 311 mani provedador, di 12 Marzo, recevute a dì 19 dito. Come è venuto hozi qui da Gorilia el gaslaldo di consorti di Tulmin, dice haver udito in la dieta le lettere dii re Ferdinando, qual voi che il conta di Goricia, Maran, Gradisca et consorti el queli hanno beni solo il suo dominio de-bailo pagar raynes 10 milia, et hanno electi 10 deputati quali deveno far le rate. Item, missier Hironimo de Alimis comissario venuto da la corte ha comission dal dillo re di far restituir tulli li tereni venduti a li nostri, pagando le loro impo-silion, et, non pagando, dilli beni siano ben venduti, et al presente fazano el simile : unde questi nostri sub liti, hanno beni sotto il dillo dominio, mi molestano per saper quanto dieno far; per lanlo aspela di questo ordine nostro. Da Roma, di V orator nostro, di 13 Mar- 312') zo 1532, ricevute a dì 21 dito. Come per Cristoforo Lomagnan corier hozi ricevete nostre lettere scriloli col Senato di 8, haver inteso la continen-lia di quele, andoe da li reverendissimi Grimani, Cornelio et Pisani, ringraliandoli de l’oficio suo ; per do dì, soe signorie si rilrovono in concistorio et voleveno di novo far, le quali si offer-seno di far ogni cosa, et cussi quesla malina soe signorie reverendissime venero a palazo, et il reverendissimo Cornelio, era amaialo di gote et non più ussito di casa, si fé portar, et con soe signorie inlrò dal Pontefice et ¿am lui orator, et fato lezer le lettere nostre proprie. Poi essi cardinali pararono in conformità, scusando la Signoria nostra, dicendo l’impresiedo dii clero posto, era slà per le continue spexe a beneficio dii Slado suo et di la religion chrisliana, alegando quanto in ogni tempo questa excellentissima republica havia fatto a benetìlio di questa Santa Sede, con altre parole, et però era sta posto senza licenlia, perché il lempo non portava la indusia, pregando Soa Santità volesse abrazar questa republica eie. Poi che il Pontefice (1) La carta 311* è bianca.