231 MDXXXI, DICEMBRE. 232 non é eror, ma ben saria sii grande error a refu-darlo. » Si voltò verso el chadilaschér e deferderi, disse: « Costoro sono pieni di costumi ». Poi parlò di lo belleze di Veniexia, et per il turziman li fo ditto gran ben e di richissime fabriehe, el è inexpugnra-bile per le acque 1’ à atorno. Il bassa dise, voria veder questa. Li dissi : « Sultano, quando tu la vedesti, trovaresti più amor el fede cbe beleze ». Disse : « 11 credo. Quando faremo la impresa di Koma, visiteremo quelli signori ; ne vederi volentieri, perchè i ama questo imperador. Al principio erano molestati e tutti in arme conira questo Imperio, ora è unita ». Et esso oralor disse, à lasà il viazo di Barbaria, nè à volulo acelar le specie venivano di Portogaio et prohibite a non portarle, et mandò oralor la Signoria a sultan Bajasit. Disse, la mcnle è calda di questo Signor, non voria andar in questi grandi anni salvo a questo Imperio a manizar le arme. Dise: « Seli impotente, ma a dar conscio bisogna de questi che ha le barbe bianche et visto asai ». lnlradi al Signor li basò la man, et retralo iiidrie-do li dissi : « Invittissimo imperalor, questo non è giorno di facende, solamente di certifichar la tua imperiai Maestà che sempre la Illustrissima Signoria di Venetia prega per i longissimi anni, et che sempre la tua sp?da sii sopra il capo de tutti inimici, et che sempre più augumenli et acresa la benivo-lenlia di la tua Maestà verso lei, et che mai le cative lengue possi meter male, et io afìdonalo al tuo felicissimo Imperio finisca ne li toi servicii ». Alhora il basa con aliegro viso, tolendo le parole in sè, disse zercha quello che havevemo rasonà, talché visti al Signor uno allo, forsi non più visto, eh’ el rise verso il bassa, e fece un benigno atto verso di me. Le parole molto li piaque. Mi parli, el il basa disse 1’ è asai non ave letere de Veniexia. 108* Dii ditto, di 24. Come atrovandomi nel pranso a la Porla, il magnifico Imbraim bassà mi disse che, da poi parlilo, dovesse andar a caxa soa, perchè l’avea tolto quel cavezo de alicorno et me lo vo-lea monstrar sicome mi promisse. Li risposi, quel zorno era de letizia e tulta la nation veniva a far festa da me, come si sol far quando alcun basa la man al Signor. Disse, havea ragion, et messe ordine per ozi. Io deliberai portarli el mio presente, et prima dissi, facendo una historia per me, che: « Quando Alexandro Magno fu a l’impresa conira Dario e Io vinse, li fo fati molti presenti de gran valuta in oro el gemme. Uno paslor, non havendo allro, tolse una meza zucha e la impile de aqua di una chiara fonie, et la presentò a Alexandro, il qual se voltò a quelli signori e disse cussi : Mi è grato questo presente come el vostro, perchè costui me ha dato quanto 1’ à posuto, il che forsi li altri non hanno falò. Io li fo questo presente, accepta questo pocho per l’asai che insieme tiopresento il cor mio ». Volse veder (ulto, et tolse una laza de cristallo de montagna che li havea dato, et disse : «c El pastor è qui vechio, questa è la zucha. » El perchè lì apresso erra uno maslapam d’oro con aqua, la messe in la laza dicendo le parole, et laudò el presente et eon affeluose parole quanto io potesse dire. Poi si fece portarlo alicorno, el qual è di longeza di tre piedi, grosso come uno brazo di homo et più, di color bianco, che havea le sue volte come in relorto, et disse eh’ el se ne havea scavazato in lavorieri più de altratanto asai, che veramente fu de un grandissimo animale. Et mi mostrò poi le due dage Che hanno il manego dii ditto, le qual sonno dii Signor, cose che si poleno dir divine. Et sopra ciò siiti un grandissimo pezo. Prima che io parli li tochai Ire noslri bisogni : el primo, di la rolla strada con la morie di nostri merchadanti ; poi, le manzarie nove a le nave et navilii et merchanlie; et poi la liberalion di cinque schiavi, che essendo andati a far remi a Segna, fumo da Martelosi presi, et li patroni dicono averli comprati a Buda come combatenli per Parchiduca. Dissi •che scriveria a Venetia perchè sono per remi si troverano notati, et fu posto per il primo di novembrio, etc. Dii dito, di 28, a li Cai di X. Come uno hebreo fè saper a la Porta che havea visto sier Zuan Francesco Justinian qu. sier Nicolò in Portogaio a Lisbona, per il che fu fato relenir. Il qual confessò esser vero e non esser spion, ma zenthilomo di Venetia, conosuto da mi e da missier Alvise Grili, linde io fici fede al magnifico Imbraim di questo ; slè uno dì e una note in prexon, poi fo lasalo. L’oralor dii re Zuanne è stalo qui, venuto per saper il voler dii Signor zercha far pace col re Ferdinando, qual voria tenir le terre P ha in Ungaria per la dota di la sorella, el lui re li voria dar li danari di la dola e non le terre, e cussi voi il Signor turco eh’ el fazi. Vene etiarn qui uno nonlio, per nome di baroni di Hongaria, chiamalo Peter .. . (Pcreny), qual fo a Venetia, andò a Loreto, el à dona a Imbraim uno salii bellissimo, coslò a suo padre ducati 15 milia, donò al Signor uno balaso e uno salii bellissimo in uno vaso d’oro bellissimo, et è slà spa-zado et è parlido; il qual par non se intende bene con il re Zuanne. Mi è stà dillo ch’el Signor fa lavorar P armada, el haverà galie 200, voi andar in