ig.6 Ja repubblica lante e belle lene in Lombardia, esami però l’erario e caricò di gravi pesi la popolazione. 11 suo dominio ormai stendevasi oltreché nell’antico do-gado da Capodargine a Grado, anche sul Friuli; sulla Marca Trevigiana che comprendeva Bassano, Fellre, Belluno e Cadore; sul territorio Padovano, sul Polesine di Rovigo, sulle terre Vicentine, sul Veronese, sul Bresciano,sul Bergamasco. Ampia estensione di territorio che la poneva tra’principalissimi stati d’Italia. A-gitata questa dalle passioni, Bologna si ribellò a Martino Vili.” agosto, riducen-dosiastato popolare,e ripetutamente ricorse alla protezione veneta a sostenerla, o a farsi mediatrice col Papa, onde il comune avesse la città in vicariato con annuo censo, o almeno riceverla sotto la sua proiezione. La repubblica divola al Papa e legata a lui per recenti trattati , a nulla annuì. Intanto motto Martino V, a’3 marzo 14-3 i gli successe il patrizio veneto, l’imperturbabile e virtuoso gran Pontefice Eugenio IV Condulmiero, degno nipote di Gregorio XII , che come lui dovette sostenere grandi avversità. 1 primi a darne motivo furono i potenti Colonnesi nipoti del predecessore, insorti mano armata, onde il Papa chiese soccorsi alla regina Giovanna II, a’venezia-ni, ed a’fiorentini i quali gli mandarono Nicolò Mauruzi da Tolentino con un imponente corpo di truppe. Secondo No-vaes, anco i veneziani l’aiutarono. Nello stessoi43i Bologna venne agli accordi a’ 22 agosto tornando all’ubbidienza della s. Sede; ed a’22 settembre si pubblicò la pace fatta co’Colonnesi, mediante l’assoluzione della scomunica e la reciproca restituzione dell’ occupate terre. Prima dell’insurrezione di Bologna eransi rinnovale le querele Ira Filippo M.a Visconti e la repubblica, onde questa nell’ottobre 1428 fece fare a Milano le sue lagnanze, senza effetto; anzi le cose s’intorbidarono in modo, che rinnovossi il pericolo di guerra, quando appunto il conte Car- magnola domandava la sua dimissione al senato. Per la sua fama e riputazione, pel grandemente operato a favore della repubblica, non si acconseulì al suo licenziamento. Allora il Carmagnola fece domande così eccessive, che sembrava doversi rifiutare. Nondimeno amando la repubblica di conservarlo a'propri servigi, non ostante che dovea avere qualche sospetto di lui pe’ falli antecedenti, convenne alle seguenti amplissime condizioni, chedauno un’idea dell’alte pretensioni allora quasi comuni ne’condottieri d’armi. Avrebbe il comando di tutte le truppe, fanti e cavalli presenti e futuri, con piena giurisdizione civile e militare, tranne nelle terre ove si trovasse un rettore ; terrebbe 5oo lancie ciascuna di 3 fanti e 3 cavalli, oltre alla famiglia sua, cioè a’ propri stipendiali ; riceverebbe di stipendio ducati 1000 il mese tanto in pace che in guerra; la sua condotta durerebbe 2 anni e poi 2 anni di rispetto a beneplacito della repubblica, col preavviso di 2 mesi avanti, non potendo far nulla contro di essa per 6 mesi dopo uscito da’suoi servigi; se alcun soldato fuggisse, morisse o fosse preso, sarebbe obbligo del capitano di surrogarlo entro 15 giorni. Si conferì al Carmagnola e suoi discendenti in feudo Chiari e Roccafranca nel Bresciano, con lutti i diritti ed emolumenti annessi; i prigioni e gli averi che venissero in di lui mani sarebbero suoi, ma le terre, città e fortezze della signoria ; dovendo cedere ad essa, per somma da convenirsi, i prigioni illustri come il fratello o il figlio del signore di terre e i capitani. Ad accrescere le complicazioni, s’aggiunse all’ infrazioni continue che il Visconti faceva del trattato di pace di Ferrara, anche la guerra che contro Lucca mossero i fiorentini nel dicembre 1 429, per aver già favorito il duca, onde i lucchesi si esibirono di riuiellersi nelle mani della repubblica, ma non accettò l’offerta pe’patti che la legavano a Firenze. Non fu così delicato il Visconti, aiulan-