là ; ma avendo eretto una troppo ristretta cappella, nel i665 chiesero »’procuratori di poterla ingrandire. Quantunque essi annuirono, per alloro nulla s’intraprese, finché nel 1675 impetrarono nuova licenzn, a condizione però che fosse uffiziata con rito cattolico, ed i sacerdoti che amministrar dovevano a’ soli nazionali i sagramenti, fossero soggetti agli esami e alla giurisdizione del patriarca. Trovo poi nello Stalo personale del Clero, che questa chiesa fu eretta nel secolo XIII, e venne rifabbricata nel 1691 da Gregorio Ghiroch ftlirman armeno persiano; ora essendovi per cappellano un monaco mechitarista. Finché esisterono i procuratori, per conservare l’antico loro diritto, visitavano la chiesa nella festa dell’invenzione della ss.Croce,titolare della medesima, la cui reliquia si esponeva all’ adorazione de’ fedeli. Angusta di spazio, nobile e assai adorna 11’ è la struttura, riuscendo lodevoli la gravità e modestia colle quali i monaci armeni divotauiente vi celebrano nel rito loro i divini misteri. E rimarca il Mo-schini, che quivi volontieri si vedono celebrare le sagre funzioni col rito armeno. Non lungi da quest’isola sorge l'altra di : 10. S. Servolo os. Servilio. In remo-lissinii tempi, e molto prima che da Ma-lainocco fosse trasferita la sede ducale in Rialto, fu fondato ad uso de'inoliaci di s. Benedetto, e sotto l’invocazione di s. Servolo martire di Trieste un monastero in quest’isola, che dal santo suo titolare prese la denominazione. Questo fu il i.° e più antico stabilimento religioso fondato nella diocesi. Vivevano i buoni religiosi fra le paludi in somma ristrettezza di rendite, penuriando il necessario sostentamento. Ricercati i dogi Angelo e Giustiniano Pai tecipazio,dall’abbate Giovanni di qualche soccorso, nell’819 concessero a’ monaci la chiesa di s. Ilario posta ne’confini delle Lagune venete verso il territorio Pudovauo, perchè ivi sì trasferisse la maggior parte di loro, la- 607 sciando nell iso|a jj s Servolo un numero di religiosi pel servizio della cliie* sa, e questi doversi mantenere dall’abbate di s. Ilario. Pertanto continuarono alcuni benedettini ad abitarla, ed ospitarono nel 998 l’imperatore Ottone III, allorché si recò quasi incognito a Venezia, a rallegrarsi con Pietro II Orseolo delle vittorie riportate in Dalmazia, quivi tenendosi tra loro segreto colloquio; finché al principio del secolo XII, col permesso dell’abbate di s. Ilario cederono nell loq l’intera isola alle monache Benedettine di s. Basso vescovo e martire e di s. Leone vescovo di Samo , fuggite da Mula-mocco minacciante rovina, portando seco il prodigioso corpo di s. Leone, clic alcuni veueziani aveano rapito in Samo,e per divina disposizione erasi dovuto collocare nella chiesa delle religiose. La famiglia Calbaua o Gaibaia, ed anche la Del Fianco, rinnovò da'fondamenti le fabbriche e le ridusse ad uso delle monache, le quali ad onta delle pretensioni dell’antico loro ordinario il vescovo di Chioggiotti vennero giurisdizione di quel- lo di Castello. In seguito decadute dall’osservanza e per la rovinata economia ridotte nel 1 341 a quattro, s.Lorenzo Giustiniani per fare rifiorire il monastero vi collocò tre esemplari religiose del monastero di s.Croce dellaGiudecco, e ne ottenne l'intento in modo che prcUo contò 80 monache. A’23 novembrei470 il vescovo di Sebenico Vignati ne cousagrò la chiesa; e Papa Alessandro VI ridotte l’abbadessa da perpetua a triennale. Pericolando la fabbrica del monastero e per l’insalubrità del luogo, ottennero le monache la chiesa e casa unita di s. Maria dell’Umillà, posseduta già da’gesuiti, e lasciata al tempo dell’interdelto di Pao- lo V, come dissi nel § Vili, n. 72 delle parrocchie, parlando deila chiesa di s. Maria Assunta ora posseduta da’ gesuiti medesimi, dove avendo promesso di qui dire della loro introduzione in Venezia, vado ad adempirlo. Dall antico mon.istc-