re, che l’origine di molti termini, die ordinariamente sono considerati come stranieri, si possa rintracciare nella pura latinità de’migliori secoli, o nella corrotta dell’età posteriori; giacché l’inflessioni e le diversioni, a cui vanno soggetti, fanno illusione; ed è spesse volle tanto arduo di ravvisarli sotto le nuove loro forme, cjuant’è il riconoscere la radice d’una pianta nella varietà lussureggiante de’ suoi rami. L’autore porta opinione, che fatta una certa pratica iu rintracciar le sillabe, le quali coll’andar del tempo si svisano affatto, si troverebbe nel Du Cange, Glossa riunì medine et infìntele latiniiatis: Glossariurn medine et infintile gin reità-lisj la parentela di molti termini. E però cosa certissima che vi sono inoltre parecchi vocaboli, che non sono di latina o-rigine, e il modo, con cui si sono introdotti, può essere'un argomento di dubbi e discussioni. Vogliono alcuni, anzi è opinione comune, che l’introduzione di simili vocaboli si debba attribuire al commercio de’veneziani co’barbari e co’gre-ci di Costantinopoli. Ma una sola considerazione, che deve farsi, metterà in chiaro la falsa supposizione. Qui cita il Fi-liasi, Memorie storiche de’ Fene li primi e secondi. Si deve osservare, che si parla (piasi una stessa lingua in lutto quel (ratto di paese che dicesi Venezia Marittima e Terraferma, cioè in tutta quella regione che fu abitata dagli antichi veneti, che corrisponde presso a poco a’tnoder-ni stali veneti. Ma è però cosa manifestissima, che il dialetto della Venezia Marittima non può avere ricevuta niuna addizione di vocaboli da quello de’barbari, i quali non penetrarono inai nelle Lagune; ed è poi egualmente chiaro,che molti luoghi della Terraferma non hanno potuto probabilmente adottare termini greci da Costantinopoli, poiché non avevano alcuna comunicazione con quella città. Che se si volesse supporre che l'influenza degli stranieri siasi operata nelle duee-stieuiità, l’uua e l’altra ne serberebbero 49 5 alcun vestigio; ma la cosa è ben lontana dal vero, giacché la lingua che si parla a Venezia , è la stessa che si parla a Verona; e la piccola differenza, che per questo rispetto si osserva fra quelle due città, e come quella che passerebbe fra due provincie confinanti d’Inghilterra. Ragionando dunque l’autore sopra una tale uniformità che regna nel loro dialetto in tutta I’ estensione del paese che lo parla, si fa a domandare: Non si potrebbe inferire, che gli stranieri suindicati si sieno pel lunghissimo tempo naturalizzati nel linguaggio? Indi spinge più. oltre questa teoria, con dire. Tulli gli scrittori convengono che gli antichi veneti, o veneziani, erano un popolo d’origine diversa dalle galliche tribù, le quali popolarono il resto della Lombardia. Lanzi, ch’è quasi il solo che nel Saggio di lingua Etnisca abbia co’principii della sana critica investigato i monumenti nazionali, e che possa avere annoveralo fra’più esalti e ingegnosi scrittori, avendo osservato, che la porzione di greco da lui trovata nelle loro iscrizioni è più pura di quella ch’egli rintracciò in quello che rimane degli etrusci, sembra che suppongaes-ser stali i veneti un popolo misto di greci e di celti. 11 che vale almeno per rispetto a quella parte di greco che la lingua di questo popolo conteneva o contiene ancora. Ma checché sia pure degli e-lemeuli della lingua loro, è cosa notoria ch’essi ne avevano una a se, comunque fosse composta; la quale rimase in seguito, come l’altre di tulti gl'italiani aborigeni, assorta nel latino; e molte prove si potrebbero addurre per dimostrare che una tale lingua, come accadde di quella de’galli e altri, tinse de’suoi propri colori la massa colla quale si confuse : e le iscrizioni lapidarie, raccolte dalMaffei nel territorio veneto,fanno vedere quella stessa provincialità antica, benché d’un genere diverso, che caratterizza quelle colonie galliche; e vi si riconosce lo stesso cambiamento di lettere, eh’ è frequeutis-