zio, il minareto del Bosforo, il geroglifico Longobardo, il sesto acuto Germanico, i modelli d’ Atene e di Roma, la cisterna del deserto. Smesse le vie de’fiorenti suoi traffichi, e neglette le nuove, nell’improvvido suo divorzio col mare, si sposò al continente. Il fortunoso vivere della navigazione, congenito all’indole di questa città, l’avea addestrata ad ogni virtù piti civile, e a tanta opulenza condotta, da essere il Banco, ch’ella creava, degli stati primari d’Europa. Il tranquillo possesso de’beni territoriali a poco a poco la rese neghittosa, e quasi immemore fin di se stessa. Il temporaneo dominio francese, per richiamare Venezia dalla sua prostrazione e ringiovanirla, fece molti ma inutili sforzi, di che parlano ancora con muta eloquenza gli splendidi monumenti ch’esso lasciavale. L’Inghilterra corseggiando a’danni di Francia sui mari, avea tolto a Venezia la possibilità di riaversi. Venezia, sui ta e cresciuta dall’onde, non poteva, nelle condizioni d’allora, vivere e prosperar che sull’onde. Abbandonatasi a’plncidi ozi di terraferma, eran-le mano mano venute mancando le ragioni vitali dell’esser suo. Il dominio francese volendo risorgerla, nè potendo trasfonderle il solo principio capace di rianimarla, la scosse beu'ì dal letargo, ma coll’impressione fuggevole d’una vita galvanica. L’imperatore Francesco I vedendo la sua Venezia ogni dì più spopolarsi, il ridente zaffiro delle sue acque offuscarsi, la pompa de’suoi palazzi scemare, inaridire le fonti delle sue arti e de’suoi traffichi, precipitare il miracolo di tanta bellezza a inevitabil rovina, accorso a redimerla, la tornò alle sviate sue origini, rimaritandola al mare, e decretandone libero il porto. Venezia rifiorì in un i-stante: legni a vela e a vapore in gran numero si specchiarono di bel nuovo nel limpido azzurro della sua marina; di cento diversi idiomi nuovamente s’intesero risuonar le sue vie, le sue piazze, gli alberghi, i templi, i teatri come in antico; 573 le manifatture delle nazioni più industri concorsero a gara sul nuovo mercato; il valor delle case vi crebbe oltre il doppio; i patrii artisti infiammandosi a’vari soggetti, che Mecenati magnanimi loro allogavano, mantennero intatta o rinnovarono la gloria della veneta scuola. La città, che ammaestrava le consorelle del mondo con ordinato sistema d’illuminazione a rompere le notturne tenebre, fu allora anche lai.’ in Italia ad usare la vampa del gas. Nel rapido incremento dell’agiatezza e opulenza privata e pubblica, pigliarono allora uuovo slancio, al-1* arti del bello accoppiate, anche quelle dell’utile. Surse nel volger di pochi mesi dalle sue ceneri più elegante e più armonica la Fenice; si moltiplicarono le tipografie , altre grandiose , altre modello, rinnovando le memorie degli Aldi e de’ Giolito. Ma 1’ opera gigantesca, che in quel brillante periodo segnò il momento più splendido della sua storia urbana moderna, è il ponte maestosamente gettato sulle Lagune. Venezia non fu allora più isola uè la città dell’isole: essa mutò condizione, tempra, natura; a tutte le benedizioni del commercio marittimo congiunti si videro i vantaggi altresì del terrestre, il suolo e Tacque dell’ Italia superiore e centralecospirarono ad arricchirla de’loro prodotti. In tutta l’imperiale maestà comparve il giovane e cavalleresco Sire, e le riconcesse munifico la franchigia del porto. Venezia,riconoscenteal dono, e al generoso tenore del conferirlo, proruppe in effusione di affetti entusiastici. Venezia, colla grazia del porto franco , preparasi un avvenire sempre più grande. Questa penisola è per eccellenza sortita a giovarsi de’benaugurati destini dell’impero. Nell’ ampiezza di quasi 200,000 miglia quadrate nostrali geografiche, 38 milioni d’amministrati, cogl’interessi politici ed economici, guarentiti e promossi per tutta la monarchia; coll’incremento del commercio, delle scienze,delle arti, Venezia, scuola e pale-66