112 quelli minacciava a tutta Italia; invano sperare i Veneziani aver ad essere rispettati ; metterebbero i Longobardi in mare una flotta nemica; impedirebbero i commerci ; finirebbero col dominare su tutte le spiaggie, su tutti i porti. Che farebbero allora i Veneziani ? Meglio per essi operare di conformità alle antiche, alleanze ; rimesso l’esarca in seggio, ne avrebbero dall’ imperatore grazie e privilegi ; le proprie franchigie, specialmente in Ravenna, estenderebbero (1). E molti a questo partito inclinavano, siccome più o-nesto, decoroso, utile ; altri invece ricordavano i recenti trattati con Liutprando, il pericolo di tirarsi addosso la nimicizia e le armi di questo ; tenendosi in una condizione neutrale, rispettosi all’ impero, non ostili ai Longobardi, potrebbero, dicevano, ovunque con eguale franchezza esercitare i loro commerci : questi essere la ricchezza, questi la forza, da questi dipendere 1’ esistenza stessa della repubblica. Coi primi opinava il doge, d’animo piuttosto belligero, vieppiù confortato, a quanto pare, nel suo divisa-merito da una lettera del papa. ' Contro questa lettera mosse qualche dubbio il Muratori, non facendo nè Anastasio nè Paolo Diacomo cenno alcuno che il papa si fosse ingerito di quella faccenda, nè sapendo spiegarsi come Gregorio potesse chiamare nec dicendo, cioè iniqua, infame, la gente, longobardica con cui era stato testé in alleanza e la quale pur si mostrava ortodossa, mentre dava invece il titolo di eximius all’ esarca suo nemico e scomunicato, e di signori nostri figliuoli agli imperatori Leone e Costantino allora regnanti. Ma colili) Che la città fosse ripresa per opera del papa e de’ Veneziani lo attesta Agnellus lib. Pontif. inMurat.II, 171. Così pure Paolo Diac. L.VI, c. 54eleCron. Veneziane: In questo tempo Liutprando re dei Longobardi luì andò a sediar fa zitade de Bavena, el doxe a petition dal papa lui