94 CITTÀ D’ITALIA accusavano di aver scagliato offesa contro i Triestini. Nel 1548 i principali « luterani » furono arrestati e processati. Fu chiuso nel castello di Gorizia anche il precettore pubblico Giannantonio Petronio, per sospetto d’eresia. I processi però sfumarono nel nulla. Dieci anni più tardi, il vescovo Giovanni Betta, stato medico dellTmperatore, gli scriveva che la vacanza della sede aveva favorito la penetrazione del luteranesimo. Egli procedette severamente contro i colpevoli. Nel 1559 questi andarono a Vienna per far atto di sottomissione. Si rifiutarono i fratelli Giacomo e Giuseppe Rossi, i quali rimasero nelle prigioni del castello. Il predecessore del Betta, il vescovo Francesco Rizzardo, aveva dovuto abbandonare la cattedra, perché accusato di eresia. Non crediamo sieno da considerarsi come protestanti quei membri del Consiglio e alcuni altri Triestini, che non si lasciavano « persuadere alla confessione né alla comunione » e contro i quali, nel 1581, il capitano era invitato dall’Im-peratore a procedere con l’estremo rigore del bando. Fuori della città, le campagne venivano sempre più, specialmente dopo le emigrazioni fatte dai contadini nel 1511-1514, in mano di Cici e di Slavi. Nel 1526 si concedeva a alcuni Cici di stabilirsi a Trebiciano. « Pastores murlachi » vagavano per tutti i Carsi, dove ogni villaggio aveva ormai il suo zupano. Per tenere questi Slavi nella buona religione Pietro Bonomo ebbe presso di sè, nel 1526 e nel 1541, « il suo servitore » e cappellano Primo Truber, nato a Rascize nella diocesi triestina, il noto predicatore sloveno, che passò poi al protestantesimo e fu uno dei creatori della lingua letteraria del suo popolo. L’estraneità del suo territorio non offuscava la verità nazionale della città, di cui nessuno dubitava che fosse membro d’Italia. Ricordiamo il popolare « Lamento d’Italia », scritto nel 1555 dal Civalieri: in esso l’Italia piange anche sulla sorte di Trieste, dicendo che essa le era usurpata e tenuta negli artigli dal Re Ferdinando. Nel 1597 l’arciduca Ferdinando aveva nominato il vescovo della città e non voleva che andasse a Roma per l’esame. Clemente Vili gli rispose di aver stabilito che tutti i vescovi italiani dovessero provare dinanzi al Pontefice la loro dottrina e di non ammettere eccezione alcuna: « tanto più — soggiungeva — che nessuno dubita che Trieste sia in Italia » {et tanto magis quod Tergestum ipsum in Italia esse nemo ambigit).