VII ALLA DERIVA Ad ogni istante Cagni si domandava dove fosse; ma per l molti giorni il cielo coperto impedì le osservazioni più che mai necessarie. Per tutto maggio le difficoltà crebbero tanto da cominciare a deprimere l’animo di quegli uomini pur cosi temprati alle contrarietà. All’assillo maggiore della deriva si aggiunse la necessità di attraversare zone accidentate da seracchi asprissimi e plaghe coperte di neve recente in cui talvolta gli uomini affondavano fino alle ascelle e dove i cani, esausti per il poco nutrimento, erano martoriati dalla fatica del traino contro vento, nevischio e foschia. Il gruppo dovette fermarsi più spesso davanti a canali intraversabili che tagliavano la strada, oppure compiere lunghi giri attorno a certi laghi mobili, o tentare il traghetto sopra lastroni galleggianti che si sfaldavano agli urti contro le sponde. Affranti dalla immensa stanchezza, agitati dalla sensazione di essere avviati alla malora, lontano da ogni scampo, dovettero concedersi più frequenti riposi. Cagni reagiva: « Per conto mio si direbbe che l’energia fisica si ritempri nelle difficoltà ogni di crescenti; mi sento ora assai forte ». « Il mio dito indice ha quasi cessato di dolermi, e spesso, quando si è nel sacco, lo sfascio e con la punta del bisturi lo incido lateralmente in modo da far uscire la materia che si forma di continuo: è un’operazione che compio alla svelta senza soffrire, mentre i compagni dormono. Avrei bisogno di lavare la ferita con soluzioni di sublimato, ma vi ho rinunziato per risparmiare tempo e petrolio; so di correre il rischio di una infezione, ma è il minore fra i tanti che asserragliano in questo momento la nostra esistenza ». Di continuo rifaceva calcoli sulle posizioni, appena si mostrasse il sole, e calcoli sui viveri che restavano.