i86 L’OSTILITÀ DEGLI STATI AUSTRIACI - LE IMMIGRAZIONI fedeltà, ma chiesero umilmente di vedere rimessa la città questa cara Patria, nella « pristina libertà di creare non solo li tre giudici, ma anco tutti gli altri offizii a norma del patrio Statuto ». La domanda, Dio sa come, ebbe successo. Sotto o vicino alle alte cariche imperiali si ricostituì l’antico aristocratico governo comunale. Però fu una parvenza ben più che una realtà. In quell’anno, la città, pagando una forte somma, si liberò dal tributo delle cento orne di vino. L’anno seguente fu abolita la bandiera cittadina sulle navi e imposta l’imperiale; aboliti, altresì, i consoli di Trieste. Eppure, non ostante tutto, non era ancora certo che la città sarebbe rimasta l’emporio del nuovo Stato austriaco. I suoi progressi molto vivaci nell’apparenza, erano invece nella realtà dei fatti lentissimi. Il conflitto tra i sostenitori e gli oppositori di Trieste, mai cessato durante tutto il regno di Carlo VI, non si quietava ancora alla Corte. Diceva una memoria dei Savi al commercio nel Senato veneto (1749)1, che la Corte aveva fissato di far Trieste centro universale di tutto il suo Commercio Terrestre, e Marittimo, con la certezza di attirar anco quantità de generi del Ponente e del Levante. Ma nel 1750, discutendosi l’opportunità di sviluppare un solo emporio per l’impero, la scelta oscillò tuttavia fra Trieste e Fiume. Era ostilissimo alla scelta di Trieste il Tirolo, il quale temeva ancora che la città facesse deviare i traffici della Germania e dell’Italia che passavano per il Brennero. Il retroterra immediato era sempre ostile a Trieste e la sua organizzazione economica, secondo una relazione del Direttorio generale del Commercio (1749), era sconfortantemente dannosa allo sviluppo della città. Il lavoro legislativo e quello pratico per favorire il porto non cessavano. S’erano offerte immunità speciali agli esteri immigranti, richiamando le autorità a non interpretare il porto franco come ricovero di falliti, di delinquenti e di avventurieri. Tuttavia, le autorità rimasero di manica larga e parecchi delinquenti e molta gente fallita altrove trovarono comodo asilo. Sette Greci erano venuti a stabilirvisi e avevano ottenuto il diritto di erigere una chiesa. Erano venuti anche alcuni Dalmati e Bosniaci, qualche Ebreo e qualche Tedesco. Nel 1751 Enrico Dandolo, podestà di Capodistria, rilevava la serietà degli intendimenti della Corte, diceva che il concorso delle merci era continuato e che l’affluenza dei Greci si faceva notevole. E