LA CENSURA E ALTRI OSTACOLI ALLA CULTURA 595 mento patriottico, tanto vi fu coltivata negli ultimi anni la musica dei nostri classici, che si può dire Trieste fosse l’unica città d’Italia in cui i nomi di Frescobaldi, di Vecchi, di Durante, di Zipoli, di Monteverdi, di Marenzio e d’altri rivivessero gloriosamente presso ai nomi dei tedeschi, altrove esclusivi dominatori delle sale dei concerti. Romeo Bartoli e il violinista Cesare Barison pubblicarono molta musica inedita di antichi maestri italiani. Data la situazione creata dalle vicende politiche a Trieste, ebbero importanza anche modeste manifestazioni intellettuali: l’una connessa all’altra, formavano quell’impenetrabile cintura spirituale, contro cui le infiltrazioni straniere nulla poterono. Lo Stato nemico comprese sempre che ogni piccolo contributo era prezioso a quell’opera più vasta di civiltà, che si esprimeva nella formazione del carattere italiano o nella diffusione della lingua e della cultura. Nel novembre del 1847, avendo certo Adalulfo Falconetti chiesto il permesso di pubblicare una periodica Biblioteca popolare triestina, il governatore scriveva al direttore di polizia, che non era opportuno dare la concessione, perché «l’aumento della letteratura periodica italiana nel territorio del governo del Litorale non si presentava come desiderabile per più alte ragioni politiche, giacché, specialmente nelle circostanze dell’ora, la necessaria conseguenza di quell’aumento, cioè l’indebolimento dell’elemento tedesco a vantaggio della nazionalità italiana, poteva essere atta unicamente a preparare nuove difficoltà al governo ». Si comprende da questa dichiarazione con che animo le autorità avessero veduto morir la Favilla e facessero morire i suoi successori. Si comprende altresì quale valore avessero anche le più semplici azioni di propaganda intellettuale di fronte agli interessi generali della civiltà italiana. Si comprende, infine, attraverso quali e quante difficoltà si dovesse muovere la vita intellettuale nella città e perché i migliori fossero indotti a emigrare. Quello stato di oppressione, che nelle diverse regioni d’Italia cessò tra il 1848 e il 1866, quivi continuò a pesare su tutte le manifestazioni per altri cinquant’anni. La polizia ebbe i suoi diritti sovrani anche nel campo della cultura. Si sequestrarono edizioni di Dante per il commento ai celebri versi sui confini d’Italia. Proibiti tutti i maggiori poeti del xix secolo nelle edizioni contenenti le loro opere patriottiche. Condannato, nel 1881, il bibliotecario della Società per le letture popolari, reo di aver tenuto in biblioteca opere del