I30 IRENEO DELLA CROCE presentano un vero ritratto del suo antico splendore e continuato Governo di Republica, all’uso antico dell'Alma Città di Roma e suoi magistrati ». Fra Ireneo (al secolo Giovanni Maria Manarutta), mentre diceva che i suoi cittadini dormivano sulle ceneri della loro Patria, cercava di spingerli a maggior sentimento di libertà, a una concezione più alta della loro comunità, a nobili azioni, affinché « si innamorasse la fama a parlar di Trieste con rispetto ». Egli stava molto di là dalle abitudini servili e cortigiane dei suoi tempi e scriveva, con coerente spirito di municipalista, che « sono incompatibili libertà e principato ». Intendeva chiaramente la sintesi della tormentata storia della sua città natale: conchiudeva perciò, senza esageratione, che « Trieste fu sempre il scopo e bersaglio di ogni barbara crudeltà ». Per queste enunciazioni di principii, per la difesa delle libertà repubblicane o, meglio, comunali, per l’antitesi in cui erano poste l’autonomia e la sovranità del Principe, benché l’opera fosse dedicata all’« Imperatore dei Romani » e contenesse esuberanti omaggi alla Casa d’Austria, il Trautson, ministro austriaco, dichiarava che la storia di Ireneo della Croce era Sacrae Coronae summopere perniciosa, sommamente dannosa ai diritti della Corona asburgica. S’intende in tutto il suo valore questo giudizio del Trautson, quando si ricordi che il Consiglio maggiore, nel 1689, deliberò di stampare a spese pubbliche VHistoria del frate triestino. Per cui le sue affermazioni ebbero il suggello dal massimo consenso dei suoi cittadini e vennero a esprimere il loro animo politico e nazionale. L’Historia di Ireneo è, pertanto, un documento palpitante del suo tempo e di questo non s’intende la realtà storica senza conoscere lo spirito informatore di quell’opera, che è profondamente italiana. Fra Ireneo la scrisse con passione, sollecitato anche da uomini del Consiglio, nel tempo che più fervevano le lotte contro il Cobenzl: fu desiderata, altresì, come risposta all’opera pubblicata poco prima dal Valvasor. Questo scrittore tedesco della Carniola aveva spinto a tal punto l’ardore del suo annessionismo, da scrivere che Trieste aveva origini carniòliche, cioè slave, e che il suo nome derivava da un vocabolo sloveno, terst o terest, che avrebbe significato « falce »: onde l’emblema dell’ «alabarda »... formata da due falci!