538 LA TENSIONE DELLA LOTTA Cumar, che era stato intermediario tra i dirigenti liberali-nazionali e i giovani e aveva finanziato l’azione, nonché Teresa Ferluga, la madre di Bruno, che aveva tenuto la corrispondenza fra Udine e Trieste. Intanto alcuni patriotti avevano raggiunto a Udine l’autore della delazione e questi, interrogato da un tribunale presieduto dal senatore di Pram-pero e vedutosi scoperto, si uccise. Il processo fu affidato ai giurati di Vienna, i quali, malgrado gli sforzi del governo e della polizia, credettero di non prendere nel tragico l’affare, che non seppero valutare, ignorando sia l’entità della congiura, insufficientemente svelata dalla delazione, sia le vere condizioni dell’ambiente triestino: onde, nel 1905, furono condannati non gravemente al carcere soltanto il Depaul, il Vidusso e il Suban. L’impressione prodotta in città da questa congiura di carattere mazziniano, la cui realtà rimase sempre misteriosa, fu profonda. Il partito liberale-nazionale, con un opportunistico voto della delegazione municipale, voluto dallo stesso Venezian, ma molto criticato dai giovani, cercò di parare un colpo della reazione governativa contro l’autonomia comunale. Invero il colpo era più grave negli ambienti nazionali, poiché la polizia aveva messo le mani proprio su un gruppo importante di patriotti e aveva paralizzato molti altri. Il complotto da sè stesso mostra a quale grado d’inasprimento fosse montata la lotta nella città. La tensione degli spiriti era tale, che i patriotti stessi si dovevano ridomandare quanto tempo avrebbe ancora potuto durare e quale trabocco avrebbe ancora potuto avere. Felice Venezian, che da anni aveva formato un comitato ristretto d’azione con Teodoro Mayer, Attilio Cofler, Giuseppe Caprin, Iacopo Liebmann e Giorgio B. Benussi e, dopo la morte dei due ultimi, con Ettore Daurant e Camillo Ara (che tenne allora e sempre stretti contatti coi più giovani), vedeva nuove necessità comparire nella vita cittadina. La lotta si complicava, si estendeva su superfici più vaste, incontrava più gravi ostacoli. Anche lo sforzo finanziario, che essa richiedeva, diventava un pericolo. Sino a Prinetti, pur con l’abituale grettezza dei moderati e dei democratici, il governo italiano aveva dato qualche aiuto: ora prometteva più che non desse. V’erano cittadini che, come Filippo Artelli, Salvatore Segrè, Leopoldo Vianello, davano alla lotta somme ingenti, che allora erano un patrimonio. Vi sarà un esempio, come