— 322 — la stessa manovra, si manifestò chiaramente che l’ammiraglio nemico voleva evitare il combattimento, forse non fidando nei suoi nuovi equipaggi, o piuttosto calcolando che presto o tardi e senza combattimento Venezia doveva cadere. Buc-chia tentò in altra occasione di abbordare qualcuno dei legni nemici. Uscito di notte sull’ unico vapore che possedeva la squadra, avendone prima aumentato 1’ equipaggio con alcuni fra i più coraggiosi marinai, cercò per due giorni interi qualche isolato bastimento da guerra austriaco. Scorse da lungi la flotta nemica, però raccolta ; e cercò dar la caccia a qualche vapore del Lloyd austriaco, ma indarno: chè quelli più veloci poterono sempre fuggire. Vani riuscendo i tentativi di combattere, e non potendo con sì inferior numero di forze avventurarsi troppo lungi dal litorale di Venezia, poiché i trabaccoli, cattivi velieri, non potevano conservare ordine e distanze, si sperò che in seguito sorgessero occasioni più propizie di quelle finora cercate ; ma pur troppo queste non vennero mai ('). Si fu allora che Manin stesso si accorse che la marina veneta era caduta in poco abili mani. Mancante di vapori, mentre il nemico ne possedeva a dovizia, disponendo di quei della compagnia del Lloyd, era impossibile avvicinarsi al nemico ed attaccarlo quand’ esso non 1’ avesse voluto. Se Venezia fosse stata padrona di tre buoni piroscafi da guerra, che facilmente poteva provvedere nei primi tempi della rivoluzione, l’Adriatico forse sarebbe rimasto sgombro dal poco agguerrito nemico. Ma l'imprevidenza di uomini a vecchie abitudini edu- (<) Vedi Documento XXXVII.