Tempo di pace 253 dall’arsenale di Napoli e dal cantiere di Castellamare. Cagni era arrivato sul luogo il 17 agosto proveniente dalla Spezia dove si vantava di aver compiuto una di quelle razzie da pirata che fanno inorridire i burocratici magazzinieri. Si era portato via tutto quanto gli sembrava utile per i lavori di salvataggio. In simili casi d’urgenza agiva con un piglio cosi risoluto e irresistibile da imporsi ai più gelosi conservatori, perché non conosceva il timore di “ grane ’ ’, e perché tutti avevano la sensazione che il risultato degli interventi di Cagni, sempre felice, li avrebbe liberati alla fine da ogni responsabilità. Attorno alle vicende del disincaglio si appassionò l’Italia intera: profani e competenti, pratici e teorici mandarono in complesso quattrocento fra progetti e consigli. Ma in tanta confusione Cagni vide la necessità di imporre un criterio fondamentale: « La Marina farà da sé » per evitare — diceva — un secondo incaglio nel pelago delle opinioni contrastanti o delle norme giuridiche e teoriche per i ricuperi navali. Indusse i superiori a stabilire un piano razionale graduato in quattro gruppi di operazioni: alleggerire la nave dai pesi che si potevano togliere, esaurire l’acqua penetrata nello scafo, applicare a questo potenti mezzi esterni di spinta, infine aprire un passaggio nella secca in cui l’incrociatore era confitto per poterlo trascinare via con uno sforzo esercitato nel senso più favorevole e di minore resistenza. Il piano si impose ed il lavoro fu avviato sotto il sole d’agosto che abbagliava gli uomini ed arroventava le lamiere. Nelle brevi notti estive fra i grandi fasci di luce dei riflettori le concitate voci di comando ed il frastuono delle ferramenta rompevano l’incanto della tepida atmosfera profumata dagli effluvi dei giardini di Posillipo e contrastavano coi canti e le musiche di Marechiaro. Contemporaneamente nelle buie viscere della nave si svolgeva il lavoro più ingrato per eliminare l’acqua dai locali. In quegli ambienti umidi e caldi il lavoro era penoso. « Ufficiali e marinai — ricorda il generale De Vito — ingegneri ed operai in turni alternati di giorno e di notte passavano molte ore coi piedi nell’acqua e talvolta con l’acqua alla