CAPITOLÒ IV. La pace fu accolta da tutte e due le parti con gioia ed esultanza . La popolazione ritornò all’aratro, a riparare i villaggi e le città distrutte, a riattivare il traffico, a passare da un luogo ad un altro senza impedimenti. Dopo una guerra ininterrotta di 18 anni, per la prima volta si respirava liberamente. Il solo Scanderbeg, cresciuto tra le guerre, fra lo schiamazzo delle battaglie, non tollerava il vivere in ozio; eguale indole era nel suo avversario Maometto II; solo luogo degno di lui era il campo di battaglia. Scanderbeg perciò accolse con lieto animo l’invito del Papa e di Ferdinando non solo per le ragioni sopra dette, ma anche perchè il tempo non gli sarebbe passato senza combattere. Raccolse poi in fretta un esercito scelto di circa 5.000 uomini e ai primi di settembre 1461 partì dall’Albania alla volta dell’Italia con Moisè, Vladano Giurizza e Zaccaria Groppa, La Reggenza la lasciò alla Regina, alla quale diede come consiglieri Anastasio Rumizi per gli affari militari e Pietro Angeli, fratello dell’arcivescovo di Durazzo, per gli affari civili. L’esercito s’imbarcò a Durazzo, Vallona ed Alessio e la flotta ?estò a Ragusa, dove Scanderbeg ebbe onori grandissimi dal popolo e dal Senato della Repubblica e fu assai festeggiato e celebrato con panegirici e accompagnato con grida di gioia, •onte il più illustre generale del suo secolo (203). Da Ragusa Scanderbeg venne in Italia (204), nel momento più grave pel figlio del suo amico che egli doveva salvare dall’ultima rovina. Stando a quel che ci dicono le cronache italiane (205), Ferdinando era assediato in Barletta dall’esercito franco-ita--iano del Duca. Giovanni d’Angiò e del Conte Giacomo Picei-