244 IL MERCATO DEL DUCA D’AUSTRIA Prebez, Nicolò o Coloccio Venier, Giusto de Trieste, Simone Taffarello e altri. La città fu occupata da una parte dei cavalli e dei balestrieri di Paolo Loredano. Rimase escluso dall’amnistia concordata Astolfo Peloso, che si tenne chiuso a Moccò, donde continuò per conto suo una guerriglia contro i Veneziani, infestando il territorio triestino. Gli furono mandate contro due « bandiere » di Nicolò Malatesta da Rimini e soldati del conte di Veglia, anche perché uomini del duca d’Austria, prestando man forte al Peloso, depredavano il territorio occupato dai Veneti e le loro possessioni istriane. Per porre termine a questi accidenti, — si sentivano già sonare le armi da altre parti — la Repubblica venne a patti col duca Leopoldo, a cui mandò ambasciatore Pantalone Barbo. Un accordo non si potè conchiudere prima del 30 ottobre 1370. Dopo le solite disposizioni di pace e di amnistia, il trattato contenne un'esplicita e compiuta rinuncia del duca Leopoldo, per sè e per i suoi, a tutti i diritti, a tutte le ragioni, a tutte le azioni reali, personali e miste che avessero, che potessero avere o che sembrassero avere nella città, nei castelli, nei luoghi, nelle pertinenze e nel distretto di Trieste ». In compenso Venezia s’impegnò di versare al duca 75.000 fiorini di oro buono e di giusto peso in tre rate, condizionate all’esecuzione di altre clausole speciali del trattato. Così, poco più di un anno dopo aver promesso solennemente di non vendere Trieste, il duca Leopoldo firmava un contratto di compra-vendita riguardante la città. Insigne esempio della sua disonestà e della sua avidità. Amnistiato dal trattato, Astolfo Peloso, rifiutatogli il soggiorno in città, dovette andare in esilio. Nel 1371 pare tramasse una vana congiura per strappare Pola alla Signoria veneta; nel 1378 il duca gli dava in feudo Piemonte d’Istria. Si è fatto gran caso in alcune storie triestine di un Enrico Ravizza o Rapicio, che rifiutò di gridare viva San Marco! e fu mandato a confino nell’isola di Veglia. Egli fu citato come testimonio della passione con cui la città avrebbe odiato Venezia. Ci sono però dei fatti troppo trascurati, i quali provano che solo una parte della città fu tanto avversa a San Marco; ma che un’altra, anche durante la guerra, gli fu molto devota. E ne sono testimoni quei Triestini che combatterono nel campo veneziano contro la loro stessa città. Nicolò de Belli e Iacopo de Baiardi, triestini, furono coi Veneziani in bastitis e si portarono valorosamente con