328 Promissione e delle leggi della patria. «Allora il Primicerio gli presentava lo stendardo, e vestito del manto ducale, faceva nel così detto Pozzetto, portato a braccia dagli arsenalotti, il giro della piazza spargendo danaro al popolo. Ricondotto al palazzo, il consigliere più giovane impongagli sulla sommità della scala dei Giganti, il berretto ducale colle parole accipe coronami ducalem ducatus venetiarum. Visitava poi la sala del Piovego e quella del Maggior Consiglio, mentre al suo passaggio erano tutto lungo le gallerie disposte in bell' ordine le arti ; e, dato un banchetto agli elettori, faceva altresì dispensare per tre giorni pane e vino ai barcajuoli dei traghetti ed al popolo, La presenza del doge era necessaria nel Maggic/r Consiglio perchè questo fosse legale ; potevalo, d’ accorcio col suo Consiglio minore detto la Signoria, convocare in ogni tempo od occasione ; avea in quello e negli altri consessi la presidenza e il diritto di proposta con voto ; il silo nome era impresso sulle monete, ma non portavano queste la sua effigie ; figurava pure alla testa delle patenti e credenziali, sottoscritte però soltanto da un segretario e suggellate del sigillo della Serenissima Signoria ; gli ediiti cominciavano semplicemente colle parole il Serenissimo Principe fa sapere. Rispondeva il doge verbalmente agli ambasciatori, ai nunzii od altri inviati nelle cose di complimento, mentre negli oggetti politici toccava rispondere al Senato o al Collegio, e per lo più per iscritto, o per mezzo d’un notajo ducale che si mandava all’abitazione del ministro od inviato ; talora anche deputavasi un Conferente incaricato di trattare coll’ agente estero su qualche grave questione, coll’ obbligo di esattamente riferire. Erano al doge diretti i varii dispacci degli ambasciatori alle Corti estere e dei rettori o governatori delle Provincie, ma non poteva aprirli, se non in presenza della Si-