Sauro 387 in dicembre. « Le cose però si mettono maluccio per l’ignavia della capitale che tergiversa sempre e poi cede alle sfacciate pretese della Francia. Se cosi continua, noi finiremo per avere Fiume a prezzo di sangue o di qualche equivalente sacrificio, mentre è nostra e la potremmo avere con grande semplicità se si avesse la coscienza che ormai siamo un grande paese che ha la forza di esprimere apertamente a testa alta e di far valere i propri diritti ». In Pola la figura acuta dell’ammiraglio grandeggiò agli occhi di tutti come quella di un console imperiale o di un governatore veneziano, pronto a tutto osare, quasi autonomo dal governo schiavo del parlamento all’interno e debole all’esterno di fronte alla malevolenza degli alleati. Nel governo civile della città non peccò mai di quella ristrettezza di vedute allora frequente fra i militari. Ricuperò il “ Wien”, e fece riordinare come caserme per i marinai gli scafi di alcune antiche corazzate austriache: “Custoza”, “Bellona”, “Don Juan d’Austria”, tarde superstiti della flotta di Lissa. Fece perfino riordinare il Museo che pure conteneva cimeli di Lissa. Fra il colle capitolino, gli avanzi del teatro, l’arena grandiosa, l’arco dei Sergi, il tempio di Augusto e la Porta Gemina egli sentiva incombere sulla sua conquista lo spirito indistruttibile della romanità. Nelle sue « Cose viste » Ojetti lo ha ritratto: « Lo sguardo azzurro e fermo, il cranio nudo, la venatura sulle tempie, pallide, le orecchie piatte e accese, la barbetta bionda e bianca puntata sull’interlocutore... E mi sembra di riudire quella sua erre dura, d’uno stridor di lame che s’arrotano ». Un giorno, nel gran vano dell’Arena, « l’aria era livida, frustata dalla bora. Sotto il volo rotondo dei corvi, dentro il cerchio bianco dell’anfiteatro romano tremavan l’erbe del prato e le pratoline rosse di gelo. Sotto il volo precipite dei gabbiani si vedeva di là dalla strada tremare bianca la marina. La fuga del vento contro i pilastri e sotto gli archi era proprio l’immagine della vana fuga dei secoli su quella mole. Umberto Cagni chiedeva più spiegazioni di quelle che io potevo dargli: le quattro torri, le porte, le scale, le grate di pietra sull’alto della torre verso mare, le gradinate scomparse, i confronti con l’arena di Verona, col Colosseo