126 ancora il domani per isvolgere compiutamente il suo soggetto. Riprese infatti il dì seguente la sua orazione, non lasciando di ritoccare con parole compassionevoli la faccenda della relegazione dell’ avogador Querini, e veduto 1’ effetto fatto sull’ adunanza, passò più oltre con dire che codesti arbitrii rovinosi oggidì si volevano dalle proposizioni de’ suoi tre colleghi autorizzare e autorizzare perpetuamente ; che anche in Roma si eleggevano Dittatori e Consoli con somma potestà, ma solo nei gravi pericoli della repubblica e a tempo circoscritto, e : furono soltanto Siila e Cesare che col lungo potere insegnarono 1’ arte di opprimere la libertà ; che del resto la sua proposizione non tendeva a togliere, ma anzi a dare al Tribunale alcuni poteri che prima non possedeva legittimamente, ma che si riputavano necessari e sufficienti per custodire la disciplina de’ cittadini tanto negli offizi pubblici quanto nella vita privata. Concluse che la proposizione dei due, preservando 1’ autorità del Consiglio dei Dieci e limitando quella assunta dagl’ Inquisitori, lasciava intatta 1’ antica forma della Repubblica, dava luogo ai castighi in proporzione alle colpe, e apriva argine sufficiente alla difesa dei cittadini innocenti, mentre all’ opposto la proposizione dei tre facendo indipendenti gl’ Inquisitori dal Consiglio dei Dieci, con potere supremo e senza metodo alcuno, toglieva ogni sistema e collocava nella oscurità ed incertezza d’ un rito impenetrabile la libertà, i beni, 1’ onore e la vita di tutti quelli che lo aveano fino allora tranquillamente ascoltato. Era la giornata già molt’ oltre, quando lo Zeno pose fine al suo arringo, tuttavia salito tosto il Foscarini in bigoncia, e conciliatasi colla dignità della persona e con la eloquenza la comune attenzione, propose che avrebbe