312 sieno esse giunte, ma si può concludere che sia grandissima, dal sapersi che spesso se ne fabbrica di nuove, e dal vedersi crescere sempre più il discredito delle medesime che perdono il cinque per cento, quando si voglia convertirle in denaro. E però vero che questo discredito ha un’ altra origine nella continua diminuzione della specie, che deve necessariamente uscire ogni anno, per pagare agli stranieri tanti articoli di necessità e di lusso, che non possono essere compensati da quei scarsi generi che a loro tramanda lo stato Pontificio. Le canapi, le sete, le lane, che si estraggono dallo Stato non compensano li pesci salati, li piombi, le droghe, e la immensa serie delle manifatture, che s’ importano in esso da Genova specialmente e dalla Francia. Il gran mezzo di bilanciare la nazione dovrebbe essere il commercio de’ grani, ma la necessità di regolarlo per mezzo di tratte, affine di provveder sempre 1’ annona di Roma a prezzi bassi, lo rende misero, e spesso dannoso. Quindi resta oppressa l’agricoltura, e spesso succedono le scarsezze del genere, che obbligano a comprare il formento fuori dello Stato a prezzi gravissimi. E comune opinione pertanto che questo commercio, cumulativamente preso, dia pochissimo profitto alla nazione. Resta essa debitrice con tutte quasi le piazze, colle quali è in relazione, e da ciò deriva in gran parte quella rapida esti'azion di monete che mette in discredito le cedole, e forma la povertà estrema della nazione. Si considera che il maggior vantaggio di Roma, sia colla piazza di Venezia per li varj generi che lo Stato Pontificio tramanda a quelli di Vostra Serenità. Versano pertanto gli studj del Pontefice sul modo di apportar riparo alla povertà dell’ erario, ed a quello