ahno 1614. 445 » Non ci sono di ostacolo all’ impresa le provincie delle Indie, » delle Spagne, delle Fiandre, ma gli stati dell' Italia impauriti e » sommessi. Attacchiamo il milanese, ch’é il centro del dispotismo » tirannico, che ci opprime : non avremo più a temere gli spa-» gnuoli, quando non più gli avremo vicini. » Questo ragionamento di Carlo Emmanuele era appoggiato per verità alle regole di una saggia politica. Reniero Zeno ne diede relazione al senato: ma poiché la repubblica non aveva perduto affatto le speranze di persuadere la pace, e perchè temevasi l’ambizione del duca, non volle farne alcun conto. Le gelosie di stato tra i potentati d’Europa imbarazzavano sempre più Io scioglimento di questa matassa. La repubblica n’ era in sospetto : 1* ambasciatore d’Inghilterra le metteva sott’ occhio, che non conveniva abbandonare il duca di Savoja, nè lasciarlo distruggere, perchè gli stati suoi erano di si grande importanza in Italia da doversi fare ogni sforzo per indurre i litiganti ad amichevole componimento. Intanto il senato scriveva al suo ambasciatore Reniero Zen, di non sottrarsi dal trattare nè d’impegnarsi in promettere; ma limitasse i suoi uffizi a quanto gli era stato prescritto sino da principio, ad indurre, cioè, il duca ad un puro e semplice disarmamento. D’altronde, la Francia insisteva nel comandare al suo ambasciatore marchese di Ramboulliet, che costringesse tutti i sudditi francesi ad abbandonare le insegne di Savoja. Ed il nunzio papale con assai di energia fomentavane 1’ esecuzione : cosicché il duca vi-desi necessitato ad entrare in trattative, i cui preliminari si riducevano a promettere, ch’egli disarmerebbe, che non recherebbe molestia al duca di Mantova e che rimetterebbe le differenze da decidersi in mano di arbitri. Fu abbozzato in Vercelli il trattato, addi 17 novembre 1614, nella forma, che qui soggiungo (1). « Ad ogn’ uno sia manifesto, che havendo il Serenissimo si-» gnor Duca di Sauoia per scrittura à parte sotto il giorno d’hoggi (i) È portato anche nelle Mem. recondite del Siri, pag. 288 e seg. del tom. 111.