572 UBRO XXXII, CAPO XVIII. senato, perchè la strettezza del tempo noi comportava, vi si recò con la squadra, eh’ era sotto i suoi ordini, e presidiò la piazza per guisa da non avere a temere di nessuna ostile incursione. Intanto la paterna sollecitudine del senato mandò a quegl’ infelici superstiti tutti i soccorsi, di cui potevano abbisognare, nel mezzo di sì luttuosa catastrofe. La città fu ben presto rifabbricata, e fu resa ancor più forte di prima. CAPO XVIII. Disgusti dei veneziani coi turchi. La pace, che sino dall’ anno 1540 era stata conchiusa tra la Porta ottomana e la repubblica di Venezia, aveva potuto conservarsi inviolata frammezzo alle molte e svariate vicende di questo lungo periodo di anni : ma nell’ anno, di cui sto narrando, incominciò a poco a poco ad essere turbata, ed a cangiarsi in diffidenza ed ostilità dall’una parte e dall’ altra. La squadra veneziana, sotto gli ordini di Pietro Tron, crociava nelle acque dell’ Arcipelago, per tenere purgato il mare dalle infezioni dei corsari, che in numero assai grande vi si erano moltiplicali. Fosse che la credesse realmente, ovvero la volesse credere effettivamente di corsari, egli assalì una galera turca, in cui s’ era per avventura abbattuto. Quelli, che la montavano, lo avvertirono, eh’ eglino non erano corsari, ma uffiziali del gran Signore. Ma indarno : imperciocché il Tron la prese e ne passò a fil di spada tutte le ciurme e i capitani e quanti in somma vi trovò. Tostochè a Costantinopoli giunse notizia di questo fatto, il sultano se ne adirò fuor di misura, e risolse di romperla coi veneziani e di portare nei loro possedimenti la guerra. Gravi angustie perciò strinsero il senato, il quale non trovò migliore partito, per ammansare lo sdegno di Solimano II, quanto nell’ incaricare il bailo residente colà a guadagnarsi colla profusione dei regali l’animo dei ministri del gran Signore : e vi riuscì felicemente. L’affare