— 56 — da una sete c da una fame che succhiavano la mota e la selce. Una sera, fatto il buio, si presentò al suo ospedale dove la sua gente moriva di stanchezza e di digiuno. Aveva seco un sacco di viveri e un rotolo di lane. L’ospedale era vigilato con estremo rigore, guardato da più cerehie di sentinelle, percorso da ronde frequenti. Sagace quanto audace, deliberato di affrontare ogni pericolo e di morire per 1’ Italia non avendo voluto morire contro l’ Italia, superò la prima sentinella ; penetrò nella corte, si appiattò nella prossima cucina, e stette in agguato per cogliere il momento favorevole a intromettersi nell’andito che correva lungo la corte e a raggiungere la corsia dove erano ricoverati i prigionieri. Trattenendo il respiro, smorzando il passo, soffocando il cuore, profittando di ogni ombra e di ogni nascondiglio, giunse a poche braccia dalla soglia ; quando udì la voce che annunziava alla corsia l'ispezione del medico croato. Si tenne perduto, ma non perdette nè l’ardire nè l’ardore. Sùbito entrò come un soffio del vento d’ Italia ; gettò ai fratelli il sacco e il rotolo ; strinse qualcuno fra le sue braccia. E tutto il silenzio spasimoso ch’egli aveva divorato nell’attesa c nell'approccio riscoppiò in questa sola parola, sommessa come una preghiera, alta come una invocazione : « Ri-cordatevene, fratelli. Fiume è italiana ». Potè fuggire, potè salvarsi. Potè ritornare dieci volte, cento volte, di sopra ai muri, su per