Il libro di Molina esaminato e giudicato di nuovo. 563 il giudicarli spettava ad essa, e i Domenicani ne erano consiglieri. Le discussioni vennero ora condotte in questo modo : prima leggeva la censura, clie veniva difesa dai Domenicani Diego Àlvarez e Tommaso di Lemos, ed in seguito attaccata dai Gesuiti Cobos e Vrrubal; alla fine tanto i Domenicani che i Gesuiti raccoglievano succintamente per iscritto i loro esposti orali.1 In questo modo sembrava che rimanesse l’ultima parola ai Gesuiti. Ma i Domenicani, oltre agli scritti che vennero pure comunicati ai teologi del partito avversario, ne composero in segreto ancora degli altri, che erano destinati solo ai membri della Commissione e nei quali essi cercarono di confutare tutto ciò che parlava in favore di Molina. I Gesuiti ebbero sentore di queste macchinazioni probabilmente dal loro amico Bovio, e Gregorio di Yalencia, il quale assistette ugualmente insieme a Cobos e Arrubal alle sedute, si rivolse pertanto con le sue lagnanze al papa. Clemente Vili dette allora ordine, che anche queste osservazioni dei Domenicani dovessero esser consegnate ai difensori di Molina. Questa volta i teologi della Compagnia di Gesù usarono nella loro risposta un linguaggio molto risoluto. Fin da principio è detto « In questo scritto avanzano i padri Domenicani tante cose che non corrispondono ai fatti, mentre essi non avrebbero mai immaginato che queste osservazioni, da loro consegnate all’ insaputa nostra ai censori, potessero un dì venire nelle nostre mani ».2 Le discussioni dinanzi alla Commissione durarono sino al 7 maggio 1601. Il 31 agosto dello stesso anno giunsero i censori al loro giudizio definitivo; come era da aspettarsi, esso diceva, che la Commissione persisteva nelle sue censure pronunciate già prima contro Molina. Solo Piombino e Bovio negarono anche questa volta le loro firme. Il 5 dicembre 1601 la Commissione si presentò dinanzi al papa, per consegnare il risultato dei suoi lavori.3 Clemente Vili si spaventò di quel cumulo di scritti e pareri, che gli venne posto dinanzi. « A voi - disse egli - può aver bastato un anno a scrivere tutto questo, ma a me non basta un anno a leggerlo ». La Commissione chiamò responsabili di tale prolissità le obiezioni e le arti dei Gesuiti; del resto il papa per la sua alta intelligenza e per la sua scienza non aveva bisogno di legger tutto. Santucci, che dopo la morte di Eesta era stato il presidente, presentò allora la strana domanda: che sarebbe bene di non comunicare ai Gesuiti i pareri, acciocché la cosa non si prolunghi all’infinito.4 1 Astrain, 295. Alcuni saggi delle trattative, ibid. 296 s. 2 Ibid. 302 ss. 3 Ibid. 301. 4 IWd. 3oi 8.