556 Paolo III. 1534-1549. Capitolo 12. partì per Roma come inviato straordinario imperiale. In essa Carlo dichiarava, che non era mai stata sua intenzione d’ostacolare la continuazione delle trattative al concilio sull’articolo della giustificazione: a lui premere unicamente che, data la sua grande importanza in rapporto coi protestanti, quell’oggetto fosse discusso ed esaminato con tutta la profondità. Perciò reputare anche conveniente che il papa e i legati tornassero a rivolgere ai vescovi tedeschi inviti di comparire al concilio o almeno, qualora avessero legittime escusazioni, di mandare i loro dotti teologi, quelli specialmente che avessero preso parte ai passati negoziati religiosi e fossero pratici delle macchinazioni dei nemici ; sarebbe bene pure presentare l’articolo sulla giustificazione ad alcune università, come Parigi e Lovanio, per averne il parere. Oltre al negozio del concilio Mendoza doveva trattare anche sul prolungamento degli aiuti di Paolo III per la guerra contro gli Stati protestanti e sulla procura a Verallo di esercitare le funzioni di « Cardinal legato presso l’esercito » fino allora occupate da Farnese. Già prima il cardinale, che soffriva molto sotto l’influenza del clima tedesco al quale non era abituato, aveva chiesto la facoltà di ritornare, che però gli era stata rifiutata per riguardo verso l’imperatore. Ora finalmente, approssimandosi la stagione fredda, l’ottenne e ai 25 d’ottobre del 1546 egli si mise in viaggio alla volta d’Italia. Due giorni innanzi egli ebbe l’udienza di congedo, in cui vennero sul tappeto tutte le questioni pendenti, specialmente il concilio e il componimento con Francesco I e finalmente anche una questione, che riguardava il contrasto degli interessi delle due parti nella penisola apenninica. Trattavasi di controversie di Pier Luigi Farnese col conte del Verme di Romagnese, ch’era protetto da Ferrante Gonzaga, governatore imperiale di Milano.1 La preponderanza spagnola pesava gravemente sull’Italia. Perciò dal principio del suo governo Paolo III come papa e come principe italiano credette di dover lavorare perchè l’imperatore, che possedeva già Napoli e la Sicilia, non rimanesse signore di Milano. Napoli e Milano nella stessa mano minacciavano non solo il resto dell’ indipendenza italiana, ma l’indipendenza altresì della Santa Sede. Paolo III avrebbe avuto carissimo che Milano toccasse a uno dei suoi nipoti o in ogni modo ad un italiano e, risultando ciò impossibile, un principe francese sarebbegli stato molto più grato d’un imperiale, perchè così si stabiliva almeno un equilibrio delle forze in Italia. La pace di Crespy aveva stabilito che il duca d’Or-léans, figlio di Francesco I, ottenesse i Paesi Bassi o Milano. Di- de 'Mendoza della missione di 'Juan ,de Mendoza e del contenuto dei suoi incarichi circa 'il concilio (cfr. Palt,avipini lib. 8, c. 15, n. 13 ; NuntiaturbericMe IX, 34S, n. 2; Mkrkxe I, 584, n. 1). i V. Nuntiaturberichte IX, 310, n. 1; cfr. Venet. Depeschen II, 57, 60, 62-66.