Esortazione di G. Franc. Pico alla riforma. 543 si dichiararono favorevoli al progetto, eccettuati i vescovi di Imola e di Salamanca, i quali fecero valere il fatto che, cessate le guerre della cristianità, era da aspettarsi maggiore partecipazione dei prelati fino allora impediti. Bai canto suo il governatore di Roma augurò che si rigettassero i matrimoni conclusi privatamente, come fece poi il concilio di Trento. 1 Poco prima della fine della congregazione Gianirancesco Pico della Mirandola presentò al papa e all’assemblea quel memorabile discorso sulla riforma dei costumi decaduti, in cui abbozzava una terribile pittura delle condizioni del clero d’allora. Pico intende limitare al possibile le sue pretese: vuole soltanto che gli ecclesiastici non siano sale diventato del tutto insipido. Non richiede che siano dotti, ma che almeno conoscano gli obblighi del loro officio: non che facciano penitenza e si martoriino come un Girolamo e un Benedetto, ma che non sorpassino i pasti sibaritici e non carichino di pietre preziose le loro fantesche; che invece dei nudi, come san Martino, non coprano di porpora le loro bestie; che le chiese non somiglino a grotte di commedianti e stalle da cavalli, mentre rilucono d’oro e abbondano di tappeti le loro stanze. Egli ha sperato un miglioramento da Leone, il quale (ira stato elevato all’apice del sacerdozio non con male arti o spudorati accomodamenti come molti credevano. « Al fine di ricondurre alla nostra fede i nemici e gli apostati è cosa pivi vantaggiosa che sull’antica norma della virtù ristabiliamo i costumi decaduti, che non andare in cerca del Mar Xero con una fiotta ». È compito di Leone X ingaggiare la terribile guerra interiore, opporsi alla malvagità, con rigida disciplina contenere il lusso, l’ambizione, l’avarizia, la lussuria e la vita sospetta dei preti, riprendere i beni ecclesiastici da loro divorati, castigare i rei o deporli, togliere il cumulo degli uffici ecclesiastici, poiché « la così detta dispensa ha fatto sì che molti, i quali non meritavano neanche l’ufficio di diaconi, abbiano non molti, non più, ma innumerevoli benefizi ». Vanno sottoposte a revisione anche le cerimonie e preci quotidiane e « sceverate le vere storie dagli scherzi apocrifi ». Per tal via il papa salverà la Chiesa dalla ruina e s’acquisterà fama non rapidamente peritura ma perpetua. Che se non avrà luogo la riforma, una grave prova scoppierà sulla Chiesa. * Simili pensieri, se anche molto più consolanti, conteneva l’orazione di Massimo Corvino vescovo d’Isernia premessa alla sessione ultima tenuta il 16 marzo 1517. In essa dimostravasi quanto il clero dovesse alla Chiesa e quanto anche la Chiesa al clero e, per combattere la perfidia e viziosità dei popoli cristiani, i quali, ingrati a Dio ed alla sua Chiesa, 1 Cfr. la relazione del card. Pucci pubblicata la prima volta da Hergen-róther Vili. 853 8. * Cfr. sopra p. 5.