Raffaello e la pianta di Roma antica del Calvo. 443 seguito col massimo interesse da parte di tutti gli amici dell’antichità. Il dotto Celio Caleagnini, che in una poesia latina celebrò il geniale scopritore di Roma distrutta,1 scrisse all’amico Giacomo Ziegler: « al presente Raffaello è occupato in un lavoro meraviglioso, che sembrerà incredibile ai posteri. Egli abbozza una riproduzione della città di Roma, che la presenta ricostrutta in gran parte nella .sua forma antica, nel suo primiero àmbito e uelle proporzioni delle singole parti. A tal fine egli ha fatto intraprendere scavi nel seno dei colli e nelle profonde fondamenta e ne ha confrontato i risultati colle descrizioni e misure d’antichi autori. Questo lavoro ha riempito di tale ammirazione papa Leone e tutti i Romani, che tutti ne riguardano l’autore come un essere superiore mandato dal cielo per ricollocare nell’antica maestà la città eterna ». 2 Grande oltre ogni modo fu quindi il dolore di tutti i colti allorquando l’immatura morte di Raffaello interruppe all’ improvviso il lavoro. In versi divenuti famosi il Castiglione deplorò che un destino invidioso avesse rubato al mondo colui, che risuscitava a nuova vita l’antica Roma.3 In una lettera del 15 aprile 1520 il nobile veneziano Marc’Antonio Michiel rilevava la perdita, che in egual misura aveva colpito i pittori e gli architetti. « Come Tolomeo il mondo », così egli, « alla stessa guisa Raffaello disegnò in un libro tutti gli antichi edifici della città dandone sì chiaramente la forma, le proporzioni e gli ornamenti che chi vide i suoi disegni credette di avere sotto gli occhi la stessa Roma antica. Egli aveva già finito la prima regione non solo segnandovi la pianta e il sito delle fabbriche secondo il risultato di studio diligente delle loro rovine, ma riproducendo anche le facciate quali si desumevano da accurato studio di Vitruvio, dalle regole dell’architettura antica e dal confronto degli antichi autori. * gionibus Simulachrum, Romae, Ludov. Vicentinus 1527) il Lanci ani lia scoperto nella Vittorio Emanuele (Collez. rom. 3, G. 21) l’unico esemplare sfuggito al Sacco. Secondo il Lanciani, il ricordo che Calvo e Raffaello proseguirono ìr intima società le loro ricerche sulla topografia romana, è stata la causa per cui fu attribuita esclusivamente aU’Urbinate la paternità di quest'opera, che eccellente nell’ idea è invece completamente fallita come maniera di esecuzione. La pianta del Calvo sarebbe quindi quella di cui si attendeva la pubblicazione colla collaborazione ed anche sotto il protettorato di Raffaello: secondo il Lanciasi i varii tentativi (cfr. Rossi, Piante, di Rome 113) per trovare l’autografo di Raffaello relativo a quella pianta sono rimasti senza frutto perchè non è mai esistito. C. v. Fabriczy (Reperì, fiir KunstwiseeHKch. XIX, 404 s.) pare propenso a convenire fu queste dichiarazioni GrNOlJ. (Secolo II, 650) menziona Io scherno di cui l'Aretino fece oggetto la pianta. 1 Roscoe-Bossi XÌ, 93 n. Cfr. anche i versi di Caio Silvano Germanico citati da Cìnoli in Arch. d. Arte II, 250. * C. Calcagnisi Opera, Basii. 1544, 101. Sul Caleagnini cfr. Luzio Renieiì in Giorn. d. lett. Ital. XXXV, 240 s. 3 B. Cast li.. Carmini, Romae 176"), 150. Roscoe—BOSSI XI, 92. * Sax udo XXVIII, 424.