Libello contro 1 Borgia. Indifferenza di Alessandro VI. 555 Partita Lucrezia da Roma, la .potenza di Cesare crebbe smisuratamente; egli era il vero sovrano; il papa quasi in ogni cosa regolavasi secondo la ferrea volontà del più terribile uomo del rinascimento. Cesare signoreggiava sulla città eterna con arbitrio assoluto; gran numero di birri e spioni stavano al suo servizio e sorvegliavano con sospettosa sollecitudine ad ogni moto ed esterna manifestazione dei cittadini. Ogni offesa benché minima fatta al tiranno era ,spietatamente punita. Una maschera pagò la sua franchezza col taglio della mano e della lingua.1 Un veneziano, malgrado tutte le raccomandazioni deH’inviato veneto, venne strangolato e gettato nel Tevere perchè sospetto di aver divulgato un libello contro Cesare ed Alessandro VL Questi non se l’intendeva affatto col contegno di suo figlio e manifestava apertamente la sua disapprovazione. « Il duca — così dichiarò aperto all’ambasciatore di Ferrara — è un buon uomo ma non sa tollerare offesa. Più di una volta gli ho detto, che Roma è una città libera e che qui ciascuno è padrone di scrivere e di dire ciò che vuole, chè di me pure si va sparlando, ed io lascio fare. Ma il duca mi rispose: sia pure che Roma abbia abitudine di scrivere e parlare: per me voglio a questa gente insegnar la creanza ». Il papa ricordò poi sulla fine le molte persone cui aveva perdonato, massime al tempo de’Pinvasione di Carlo Vili, e anche i tanti cardinali che il re stesso aveva chiamati suoi traditori. « Io avrei potuto benissimo — soggiunse — mandare a morte il vicecancelliere e il cardinale Giuliano della Rovere, eppure non volli far male a chicchessia e Perdonai a quattordici dei maggiori signori ».2 Che queste non fossero mere parole Alessandro VI l’aveva poco prima dimostrato col fatto. Sulla fine dell’anno 1501 uscì per le stampe un libello contro i Borgia che sorpassava nello scherno tutti gli attacchi fatti fino allora. Esso era in forma di lettera diretta ad uno dei baroni romani messi al bando, Silvio Savelli, che viveva esule alla corte d‘ Massimiliano, ed era datata dall’accampamento spagnolo di Taranto, 15 novembre 1501. «Tu sbagli di grosso, o (Carissimo — Quivi si dice — se credi di avere a concordare con questo mostro una pace qualunque. Giacché egli senza motivo di isorta, spinto solo da cupidigia e perfidia, ti ha tradito, esiliato e destinato a Perire Laonde tu non puoi metter fine alla guerra eterna con 1 Vedi Bukchabdi, Diarium (Thuasne) III. 172. (Cetani) II. 306. Renazzi • 240 nega che questo tale colpito sia ■.stato l'umanista A. Mancinelll. Questo I