196 Libro III. Clemente VII. 1523-1534. Capitolo 2. nione in genere, per quanto di ciò si potesse far parola allora, ora si volse di nuovo più dalla parte di Francesco. In vista del modo aspro, con cui Carlo abusava della sua vittoria, nessuno credeva che il re avrebbe mantenuta la pace. Specialmente in Italia quest’opinione era diffusa molto largamente; senza che si avesse un’idea della protesta segreta, che Francesco stese prima della conclusione del trattato, da tutte le parti gli si consigliava di infrangere ciò che or ora aveva giurato1 ed anche Clemente VII, il politico della realtà,2 non fece in ciò eccezione alcuna.3 Egli era dell’opinione che il trattato e il giuramento, perchè forzati, non fossero obbligatori.1 Da prima si volle mettere in chiaro quali fossero le vere intenzioni della Francia. Perciò il papa e Venezia mandarono ambascia-tori a Francesco I sotto il pretesto di congratularsi col re per la sua liberazione, in realtà però onde investigare i suoi sentimenti e, nel caso che non volesse mantenere il trattato, per stringere con lui alleanza. Da parte del papa fu incaricato di quest’ufficio fin dal 22 febbraio 1526 Paolo Vettori; ammalatosi costui in viaggio, Capino da Capo, che era iniziato nelle vedute di Francesco I, ricevette il 1° marzo 1526 l’incombenza di recarsi in Francia;6 inoltre il 1 Guicciardini XVI, 6. Gayangos III 1, n. 358. Professsione, Dalla battaglia di Pavia 08. Cfr. le ** lettere del Canossa al Giberti del 3 febbraio, alla reggente del 5 febbraio e 1 marzo, al Carpi del 19 febbraio, al Robertet del 25 febbraio 1526. Biblioteca comunale di Verona. 2 Secondo la relazione del vescovo di Worcester al Wolsey, Clemente VII, appena gli fu presentato il trattato di Madrid, si sarebbe anzi espresso nel senso che egli lo trovava buono, presupposto che Francesco dopo la sua liberazione non ne mantenesse le condizioni. Raumer, Briefe I, 247. s Vedi Sanuto XL, 849 ss. * Francesco I ruppe la sua parola dietro consiglio di un'assemblea di notabili del tre Stati ; Rev. ri. quest, hist. 1903 I, 114 s. iChe Clemente VII sciogliesse formalmente il re di Francia dal suo giuramento, come l’affermano Sandoval e Sepulveda, pare al Grethen 98, a ragione, non sicuro. In modo notevole parla in contrario il fatto, che Carlo V nella sua violenta accusa contro Clemente VII (vedi sotto cap. 3) tocca la cosa soltanto con un «si dice». È vero che qui non si ha una prova del tutto convincente, ma la formale dispensa rimane tuttavia molto dubbia, tanto più che Francesco I giammai si appello ad essa (cfr. Martin 73). Tanto meno si contiene una prova sufficiente nelle parole, che. secondo la relazione del Mai, demente VII avrebbe dette nel 1529 in tutt'altre circostanze con un altro mediatore dell’imperatore (IUumgartkn' II, 519). Di un documento, nel quale fosse pronunciato il proscioglimento dal giuramento, feci invano ricerca tanto neU’Archivio segreto pontificio quanto neU’Archivio Nazionale di Parigi. Tuttavia data la massa degli atti romani e il fatto, che i medesimi ciò non ostante non sono completamente conservati, anche da ciò non si può trarre una conclusione del tutto sicura. Cfr. oggi anche i ragionamenti di Ehses, Condì. IV, xxiv, n. 2 e Fbaikin xi.. » Cfr. Santtto XI., 873 ss. ; Guicciardini XVI, 6 ; Jacqueton 262 s. ; Frai-kin 7 ; Raynald 1526, n. 27 ; Balan, Mons. saec. XVI. 220-222. L’originale della lettera pontificia al cancelUere francese nell’A rchivio Nazionale di Parigi L. 357. Del dolore del papa per la morte del Vettori riferisce Fr. Gon-