L’imperatore e il Sacco di Roma. 291 ne derivasse uno scisma e che non venissero ancor più intricate le cose ecclesiastiche e civili e che il civile non impedisca più lo spirituale con prammatiche e simili e che Roma non dia più a tutto il mondo ragione di scandalo e che le eresie e sètte vengano tolte; in una parola, che venga dato a Dio ciò ch’è di Dio e all’imperatore ciò ch’è dell’imperatore. Carlo tenga presidiate le città dello Stato pontificio solo fino a che le cose fra l’imperatore e il papa siano appianate in modo, che egli possa fidare in Sua Santità; dovrebbero pretendersi come feudi imperiali soltanto le città dello Stato pontificio appartenenti a Milano e Ferrara: del resto la decisione in proposito dovrebbe darsi da un concilio generale o in una assemblea come quella tenuta a Mantova al tempo di Pio II. Ivi s’avrebbe a decidere anche sui particolari relativamente alle eresie in Germania.1 Consigliava un concilio anche Ferdinando I in una lettera del 31 maggio 1527, colla quale insieme esortava a non mettere in libertà il papa prima che fosse stato stabilito ordine e sicurezza. «Poiché se egli sfugge alle vostre mani, io temo che farà come ha sempre fatto e come ha fatto il re di Francia od anche peggio evitando egli e aborrendo il concilio. Ma senza questo e senza la vostra venuta qui io non veggo possibilità alcuna di trovar rimedii contro la setta luterana e le maledette eresie».2 Ci volle molto tempo prima che l’imperatore, sotto le diverse influenze che facevansi sentire presso di lui, venisse a ferme risoluzioni. Dapprima egli si contenne così passivamente che si è pensato a una forte spossatezza fisica.8 Questa passività si estese a tutte le faccende italiane. La cosa più necessaria dopo la morte del Bourbon era evidentemente la nomina d’un nuovo comandante in capo: i consiglieri di Carlo ve lo spingevano fortemente perchè il principe di Orange era troppo giovane e inesperto per tale bisogna. Carlo propose il comando supremo al duca di Ferrara sebbene già nell’autunno del 1526 costui avesse rifiutato l’onore, ma, com’era da prevedere, il duca anche questa volta rifiutò il comando di quegli «ammutinati senza disciplina». Ne conseguì, che l’esercito, se può parlarsi d’esercito, rimase per tutto il 1527 senza generalissimo e andò sempre più dissolvendosi per diserzioni e malattie. Anche l’esercito imperiale di Milano trovavasi nella peggiore delle condizioni. Il fedele Leyva notificava che non c’era un quattrino per pagare le truppe, l’esercito somigliare più a una turba di avventurieri che a servitori dell’imperatore; i capitani essere 1 Bucholtz III, 87-88. 3 Gevay, Urkunden und Aktenstücke: Gesandschaft an Sultan Suleiman L'27, Wien 1840, 84. Ofr. Bucholtz III, 90. * Cfr. Bau MO ARTEN, Karl V. II, 597 e 634, il quale si riferisce ad una osservazione del Castiglione.