Accuse, d’ogni parte, contro i gesuiti. 321» Vero è che non bisogna perder di vista la limitazione contenuta in quest’ultimo inciso. L’abolizione di usanze inveterate è ili» mt i paesi cristiani, aventi cura d’anime continuata, un com-1>ì’u n<>n raggiungibile che in decenni. Ma in Cina in tempi di pace cVrano in genere (nella provincia) soltanto missionari ambulanti ; <• perciò facilmente comprensibile che in una cura d’anime distur-t>ata dalla persecuzione non fosse possibile togliere di un colpo tutti gli abusi. Il lazzarista Mullener, vicario apostolico di Sut-vuen, scrive sulla missione in Hupe 1 che i cristiani ben sapevano della costituzione papale, ma non avevano l’idea chiara degli ob-Wi^hi che essa imponeva e perciò conservavano parecchie cose eh»* erano proibite. È chiaro quindi che fatti simili non provano niente per la disobbedienza dei missionari. Il piovere accuse contro i gesuiti da tutte le parti è del resto una caratteristica dei decenni precedenti l’abolizione dell’Ordine; anche in Roma vasti circoli sono prevenuti contro di loro. Al genita di Pechino Ignazio Kògler, che si lamentava di questo, il generale dell’Ordine, Francesco Retz, rispondeva che non volesse tanto prendersela a cuore, se a Roma venivano mandate delle ac-che venivano anche seguite da provvedimenti. La sorte di tutt: i membri dell’Ordine era ovunque la stessa: dopo fatto tutto quello che potevano, essi venivano trattati come servi inutili e talvolta anche come nocivi. Si consolasse il Kògler con l’esempio di Cristo al quale non toccò sorte migliore. * Senonchè, ammesso anche che i gesuiti cinesi credessero che l'attenerei ai « permessi » del Mezzabarba non fosse da consideraci come disobbedienza alla Bolla di Clemente XI, rimaneva pur *‘tnj>re il fatto che le prescrizioni di quella Bolla non erano ancora •’‘"fralmente applicate, nonostante un numero così grande di de-fr*ti pontifici. In Roma perciò aveva preso saldissima radice nei ircoli dirigenti, la convinzione che i gesuiti cinesi non volessero •I 2 agosto 1732. ivi 1720-1732, Ncritt. rif. Congr. 20 n. 42. ' * • <>pto non nlnils dolenter ferri. «I continent huc adversus nostro* qoe-vribl. maxime in rebus non nintmi momenti, ut sae|>e sunt, et tainquani 'rMiti, ant veri* remedium adhiberi. Communia baec omnibus nostri* con-ut pfmtqnain facilini omnia. tanuiuam nervi Inutile* c*t ali«|uanc <> 'tol» ut noxii tractentur. Non sunt servi meliores Domino suo. ac prolnde '"*n,a. 'inae huic awiderunt. ab iiiis expeetari debent. Accedit, quod priusquam MI«»- adveniat. vix eorum quae scripta sunt, bic memoria babeatur, nlsi no vis *tHI» refri retur ». (Reta a Kiitfer il 2!» ottobre 173«. Carte dei O esili ti). •1ro aldini ™*i di diaobbedienza intervennero i wperiorl. Cosi 11 Restili a I»u ilaide nella sua I>r,cripliom de la Chine (tre volumi. I’arliri 1735 . ■'•'•»ante la proibizione, aveva trattata la questione del riti. Il generale del-"filile «| affrettò a «désavouer, reprouver et aboler ». Anni. turi», ponili. II ls5î) ___