XXI con sufficiente approssimazione (1282 o 1283) rinunziò alla qualità di vassallo immediato dell’ imperatore e dichiarò e riconobbe d’avere il suo vescovado dalla Chiesa aquileiese;1:1 ) il Comune, spinto anch’ esso verso il Patriarca dal bisogno di svincolarsi dalla egemonia veneziana, non s’adontò — per quanto possiamo rilevare — del grave atto compiuto dal Vescovo, ma dovè cercare di dar risalto alla distinzione fra la sua individualità e quella della Chiesa triestina. Perciò, mentre nel marzo del 1283 il Vescovo appare già membro del Friuli, i tergestini saranno detti sì (nel 1289) dal Patriarca «fideles et devoti Aquileiensis ecclesie», ma nel 1290, a Trieste, il medesimo Patriarca ammetterà di non poter precipere a Marco Eanfo, rettore del Comune «pro eo quod non est sue iurisdictionis».14) L’esito della guerra con Venezia, infelicissima per Trieste, ad onta dell’ alleanza col Patriarca, stimolò probabilmente il Comune a cercare un compenso in una ripresa della lotta per la completa indipendenza, tanto più necessaria ora, che il Vescovo s’era riconosciuto vassallo del Patriarcato. £ i cittadini trovarono consenziente il Capitolo, malcontento forse di tanti vescovi friulani, e più affezionato alla città natale che al suo presule. Il 5 febbraio 1292 fu stretto un patto fra «canonicos capitulum Ecclesie Ter-gestine, Iudices consiliarios et cives Tergestinos». Il «concordium» è stipulato con formola molto lata, di società ed unione per la difesa reciproca contro chiunque volesse «impedire vel negligere» la Chiesa, il Capitolo e la Civitas di Trieste; si sarebbero aiutati a vicenda e con ogni possa, sostenendo insieme le spese «pro rata honorum», e nessuna delle due parti avrebbe trattato, nè scritto, nè accettato lettere senza richiesta del consenso dell’ altra «super eorum communibus negotiis». Brissa di Toppo rispose alla mossa intentando i processi «contra Capitulum et Clerum et Commune ac homines Tergestinae Civitatis et Dioecesis», a cui allude 1’ atto di cessione del 1295; ma nulla potè contro la fermezza dei cittadini e del Capitolo, nè fu spalleggiato dal Patriarca. Anzi, dopo essersi consigliato con lui e col Capitolo aquileiese, si arrese alle richieste del Comune (10 marzo 1295), cedendo e locando — ma solo «in vita sua» — «offtcium Gastaldionatus cruentam et lividam et regalia cum eo iure quod habet vel habere videtur». Inoltre s’impegnò a non sollevare, vita naturai durante, pretese a quei diritti, «si aliqua tura haberet contra Comune et homines Tergestinos», clw il Comune e i cittadini non ¡scorgevano, nè credevano, nè rammentavano. Prezzo della locazione e della rinunzia duecento marche d’argento. Come nell’ atto del 1253 seguono varie clausole dettate dalla diffidenza del Comune.