Marno nn^uSenteinente«entrati dentro il suo mistero, anche «e .quella sua gran maniera oggi ci appare .derivata per la gran parte da Gian Battista Tiepolo. Aveva sette anni Francesco quando nel 1779 Gian Battista ne sposò la sorella Cecilia. Erano i Guardi di Val di Soie nel Trentino venuti a Venezia.col padre Domenico buon pittore decorativo che aveva lavorato a lungo a Vienna e vi aveva sposata una viennese. Tenevano a Venezia bottega te scuola dirette da Antonio Guardi (1698-1760!) bottega per ogni piccola commissione, scuola « pensione per giovanotti che volessero imparar .copiando e imitando alla svelta, come il fratello di Giacomo Casanova magro pittor di battaglie, imparar quel tanto che loro permettesse di andar pel mondo, a far pittura al seguito di «■ornici e cantanti. Si direbbe che il piccolo Francesco Guardi introdottosi in casa del cognato Gian Battista Tiepolo, ne abbia un bel giorno rubato il pennello fatato e si sia messo a farne piovere, come ria una fiaccola ardente di bengala, sulle pitture stracche aride dinoccolate del suo maggior fratello e sulle copie dal Solimene dal Feti e del Magnasco, una pioggia di perle di rubini di smeraldi di crisoliti di topazi, di quelle gemme di cui la mala fama dei posteri fa bramosissima sua sorella Cecilia, la dissipatrice che in una notte al Ridotto perdeva tutti i quadri, i disegni, le sostanze e le case del marito che per lei lavorava alla corte del Re di Spagna. Vorrei immaginarmi il piccolo Francesco, il figlio di Maria Claudia Pichler, la viennese, svagato affondato nella vita della piacevolissima Venezia, incapace, fosse disegnar dal naturale o comporre, di attendere sul serio a alcunché, ma portato a saper tutto per assorbimento per istinto a far tutto di intuito, ma per ridere per folleggiare, deformando tutto per più goderne. Le pitture del podio d’organo all’Angelo Raffaele ben valgono a mostrarlo pittore meraviglioso dotato di fantasia evocatore rapido di figure evanescenti in cieli di madreperla e di rose con tinte tenui lucenti per troppa acutezza persino stridenti, tal’altra fangose, brunastre ed urtanti. Tutto è in lui eccessivo, manierato, convulso, fuor di regola e di misura; ma sovrana-mente bello. Che importa se soggetto e composi- zione non sono invenzioni sue, se le ha prese, a scansar fatica, dalle prime stampe che si è trovato fra mani; che importa al musico del libretto, che importa al cantore delle parole, se con trilli e gorgheggi sa tutto tramutare in oro? Anche per le vedute, anziché trarle dal vero si giovò il Guardi delle stampe altrui e forse anche per questo attese la morte del Canaletto a dedicarvisi. La prima serie delle Feste veneziane per l’elezione del Doge tolte dalle stampe del Brustolon data dal 1763 e vengono poi le Feste dei Conti del Nord, e ultime quelle della venuta di Papa Pio VI (1782) a Venezia. Si resta disorientati da tante prove che cotesta sua fantasmagoria pittorica sia sovrapposta arbitrariamente al vero creata nel suo studio quasi per gioco senza essersi mai, o ben di rado, posto davanti al cavalletto come i nostri d'oggi, un colpo alla veduta e un colpo sulla tela. Ma l’artista vede e fantastica insieme e quel che pare fantasia è il suo vivo ricordare. Non vide certo Gior-gione in terra ferma, lungo quel torrente, le sue case bianche tralucenti della Tempesta; le vide invece a Venezia in un tramonto di tremendo scirocco sotto le nubi livide e nere in basso, candide fulgide in alto sulla laguna nostra portentosa, fatte come di materia vitrea artificiata. Vesti il vero dei suoi fantastici ricordi, vestì la verità di fantasia e ci diede nella Tempesta il primo paesaggio veneziano dell’arte nuova. Così forse occhio mortale non vide mai, e non vedrà, il Rio dei Mendicanti in quella evanescente vaporosità celeste che la fantasia del Guardi gli ha data nel quadretto famoso dell’Accademia bergamasca. Eppure non vi è veduta più veneziana poeticamente di quella, che più dia sintetizzata idealizzata la bellezza della città evanescente sull’acqua. Mantenga Nettuno, se più non può darle altra ricchezza, a Venezia l’aria densa di sali e di riflessi di opalescenze, perchè gli occhi dei pittori giungano a cavarne dopo il raffinamento di tanta tradizione d’arte nuovi inesplorati tesori e farne vibrar a gioia del mondo le loro tele. L’arte è fervido, è pazzo amore; non di generalità e di teoria, ma amore di terra nostra e di gente nostra. Così nel settecento, e così oggi. Gino Fogolari. - 2) - I