La « battagliola » sul Ponte dei Pugni a San Barnaba. Non mancavano naturalmente le indovine, le Stroleghe, che allettavano la gente bramosa di buona avventura, o con l’interpretare i segni della mano, o soffiando con la lunga canna così sfrontatamente nelle orecchie degli zotici mille ridicole schiocchezze che, alla fine, costoro si riducevano a credere a modo loro quel che meglio gradivano. Ma ben altri spettacoli offriva la bella Piazza. Vi erano casotti per ballerini da corda, per saltatori e per equilibristi; vi erano saltimbanchi, ciurmatori, astrologhi, camere ottiche, lanterne magiche e cantatrici vestite in gran gala, accompagnate da varii strumenti musicali. Nel carnevale del 1772 Marc’Antonio Delo-me, meccanico alla Corte di Brunswick, invitava i Veneziani ad ammirare due artificiose macchine. La prima era una Figura Ottoma-tica, rappresentante una donna seduta dinanzi ad un organetto, la quale eseguiva le Note musicali con le proprie dita, movendo nel tempo stesso gli occhi e la testa. La seconda consisteva in un finto canarino che cinguettava con soave armonia otto pezzi musicali, movendo contemporaneamente il becco, la gola e la coda. In altro recinto chiuso c’era spettacolo per le brave persone, poiché eranvi le Ombre che passavano per spettacolo matematico. Potevano osservarsi burrasche, disastri terrestri e marittimi ed altre vaghe ed istoriche rappresentanze. Numerosi pure anche allora i così detti fenomeni e le bestie rare. Famosi, sovra tutto, il (rigante e il Rinoceronte, proveniente questo dagli Stati del Gran Mogol, che comparve in Venezia nel carnevale del 1751, accompagnato dal così detto capitano Davide Montuander Meer. Questi riusciva a raggranellare quattro mila ducati dai curiosi che accorrevano ad ammirare la bestiaccia; tuttavia il capitano tanto intascava e altrettanto perdeva, sui tavoli dell’allegro Ridotto. La vita scorreva così lieta e gioiosa. Le manifestazioni di allegrezza naturalmente si intensificavano durante il carnevale e assumevano un’importanza (piasi ufficiale nell’ultimo giovedì, nel così detto giovedì grasso, in cui svol-gevasi la festa istituita sotto il Dogado di Vitale Michiel per la vittoria riportata nel 1162 dalla Repubblica contro Ulrico, patriarca di Aquileia. A ricordo non lieto di costui e dei suoi canonici; venivano, negli antichi tempi, uccisi un bue e dodici porci; e tal rito, pur modificato, durò sempre fino al cadere della Serenissima. I componenti l’arte dei Fabbri e quella dei Macellai, ben provveduti di brandistocchi, di Pietro Longhi: Il rinoceronte. 82 ^