tasia Baumgarten non riesciva, allora, distinguere tra quello e questa) anzi più fantasia che intelletto com’era nello spirito, nel clima, nella gente protesa verso il piacere. Il rococò dice, appunto, piacere come il barocco dice diletto. L’uno sta all’altro, (singolarmente in Venezia) come il raziocinio al sogno, come la filosofia alla poesia, come l’arguzia alla pimentosa galanteria, si come il Trattato delle acutezze di Matteo Pellegrini o il Canocchiale aristotelico del Tesauro al Trattato della ciac-colatta o al Trattato del hever in giaccio, « lire otto, da Lovisa à Rialto ». Il mobile rococò denuncia ancora una volta che il sentimento estetico s’accorda colla vita sociale, ne è vincolato, ne riflette la tendenza, 10 stato d’aiiimo. Esso è creazione che rimane schietta testimonianza della genialità lagunare, se non del genio, pur nel periodo che annuncia prossimo lo sfacelo d’un millenario edificio politico. « La crepa dell’intonaco palesa — che cade 11 muro » ma tutte le arti sono in piedi, e lasciamo l'ampio respiro, universale, del Tie-polo, o il vedutismo del Guardi che pel tramite di Bonington dà insegnamenti agli inglesi, sono le arti decorative che cont'nuano ad illustrarsi, tutte quelle di cui abbiamo toccato e il mosaico che dà alla basilica di San Marco l’unico pannello fatto tutto a smalto (quello del Da Pozzo) e la tessitoria che velluti e damaschi e broccati intessuti d’oro e d’argento fornisce ancora ai saloni fastosi, e broccatelli e lampassi per le stanzette di confidenza. Si, per queste verranno tosto le indiane, le tele stampate, le carte damascate. Parati economici eppur giocondi, sostituzione che dirà come s'.eno smilze le borse. E gli stranieri lo sapranno e ciò che sarà stato perduto a basseta o a faraone troverà riparazione, lagrimevole bensì, colla vendila di quadri insigni, di biblioteche inestimabili, di cose di inestimabile valore. E il rococò continuerà a fiorire a spese di tesori ormai espatriati, che nell’ora della grandezza i veneziani, coperti di schiavina sui ponti delle galee dov’era sentore di ogni droga, avevano raccolti a delizia loro e, speravano, dei nipoti. Ma alla schiavina subentrò la velada e il pepe e la canella furono soverchiati dal muschio. Rumarono le colonne della gloriosa fabbrica. Neanche il letto n’ebbe più colonne, non ebbe più fastigio; sulle testiere amorini e una coroncina allo scoperto, e non d’alloro, e non di quercia. Umberto Bùgnolo.