Francesco Guardi: Il Ridotto. che volesse tener sott’occhio il libretto dell’opera in corso di rappresentazione, doveva accendere un cerino per vincer le tenebre fitte. Come doveva esser fantastico lo spettacolo offerto dall’ingresso del pubblico nei teatri tra il gioco delle ombre e delle luci uscite dai grandi fanali ciondoloni dal pugno dei « codega » per rincorrersi e avvicendarsi in guizzi ed in carezze sui pavimenti e sui muri! E coinè doveva esser pittoresco entro la sala in penombra, il variar delle luci e dei colori quando il minimo soffio di brezza agitando le fiamme delle candele accese innanzi alle specchiere, tendeva i veli dell’ombra o accendeva barlumi di chiarità improvvisa nelle occhiaie dei palchi! Mentre la vita si agitava in tripudi scomposti e si abbandonava a trasognate letizie entro ed attorno ai teatri della Dominante, le arti della scena incedevano, adagio ma con passo sicuro, verso le mete novelle. L’opera buffa, che ben a ragione venne definita come una delle forme più perfette dello spirito italiano, nata a Napoli nel Seicento trova nel secolo decimottavo le correnti impetuose del proprio sviluppo e dopo Alessandro Scarlatti, dopo Leonardo Leo, dopo Nicolò Porpora ecco Nicolò Logroscino, che si dice abbia inventato il pezzo d’assieme per il finale delle opere buffe, ed ecco Giovan Battista Pergolesi, ed Egidio Romualdo Duni che compone per i francesi, e Niccolò Piccinini e Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello. A Venezia si rinnova frattanto il teatro di prosa, il quale si stava dibattendo nel marame composto con tutti i vizi delle forme antiche e con tutte le stranezze delle maniere nuove, avendo il suo maggior campione in quell’abate Chiari che per piacere al pubblico e mietere i facili successi dava campo nelle sue opere narrative e di teatro a favole romanzesche e a fattacci sensazionali mescolando tra una folla di personaggi dal carattere inverosimile, le stravaganze più audaci con le volgarità di gusto peggiore Per fortuna accanto al Chiari venne un bel giorno Carlo Goldoni, il quale costretto pur lui da imprescindibili necessità della vita ad assecondare i gusti della folla, incominciò a esercitarsi nelle palestre del teatro, dopo aver lasciato quelle dell’avvocatura. Parti tentando il successo e cercando le strade della propria genuina espressione attraverso le esperienze del libretto per melodramma, della tragicommedia, del dramma sentimentale e romanzesco non senza attingere spunti e movenze da vecchie commedie e da romanzi assai noti e non senza ridursi persino al raffazzonamento delle più correnti commedie francesi pur di non mancare agli impegni assunti coi capocomici dei quali era il poeta stipendiato. Erano questi i tempi in cui dopo ie tragedie come Rosmunda, Grisalda ed Enrico e dopo le commedie a soggetto come II figlio di Arlecchino, perduto e ritrovato e dopo Le trentatrè disgrazie di Arlecchino, sgorgano le commedie come Zelinda e Lindoro, Pamela, La Peruviana, La bella selvaggia, La Scozzese, VIncognita e ~~ 55