Francesco Guardi: Le marionette al convento. avere i cantanti più in voga, gli allestimenti più fantastici e più allettanti programmi. Spesso non s’accontentano di ripetere le opere nuove della moderna scuola napoletana battezzate appena nei teatri più celebri della penisola, ma vogliono che l’opera sia scritta appositamente per il loro teatro e chiamano i poeti più illustri e i più celebrati maestri'per affidar loro l’incarico di comporre i versi e la musica del nuovo spartito. Esalteranno fino alle stelle i maestri e i librettisti che li avranno accontentati, ma sapranno fischiarli di santa ragione a prova sfortunata, e trarranno ad onori dogali e festeggeranno con frenetico entusiasmo le dive e i divi che meglio avranno favorito con l’ugola il successo del compositore, e recheranno le prime donne ogni sera in portantina dall’albergo al teatro, e si piegheranno davanti ai meriti d> una ballerina, gettando ai suoi piedi fin dai primi anni del secolo i germi di quel culto che darà più tardi alle vezzose sacerdotesse di Tersicore i trionfi esaltati dall’assordante delirio delle folle e insieme i sospiri e i patrimoni di nobilissimi ammiratori. Ma spesso alla vanità e all’amore per l’arte s’associa l’interesse ed ecco patrizi e nobildon-ne di molto proposito farsi materialmente impresari di teatro e guidare sia pur nelle minuzie il buon corso dei propri interessi. Chi non ricorda le dispute di Carlo Goldoni con Sua Eccellenza Grimani proprietario dei teatri di San Benedetto e di San Giovanni Crisostomo? Chi non sa che la patrizia Pisana Gri- mani, per paura che i bigliettai la ingannassero e che le « maschere » favorissero l'infiltrazione dei « portoghesi » restava ogni sera alla porta del suo teatro nascosta sotto la bauta, per controllare gli incassi e assicurarsi del regolare ritiro dei biglietti? La bauta era, del resto, non solo acconsentita,ma imposta nel torvo Settecento ai patrizi pel loro entrare in teatro, e questo in base ad una disposizione della Repubblica la quale diceva « che li N. N. H. H. Patrizi non possono entrare nellì Teatri e molto meno in platea, se non in Maschera e col bauttino addattato al viso. Che similmente le dame non debbono portarsi senza maschera e solo le verranno (sic) ¡¡erniesso Vandare senza, allora quando ululeranno vestite col loro abito, vale a dire di nero, restandogli (sic) vietato di entrare con quello in platea. « Finalmente che lo stesso s’intenderà anche di tutte le persone di civil condizione eccettuate le forastiere ». Ma entro il teatro non sarebbe forse occorsa la bauta per nascondere i visi tant’era parco l’uso della luce tra le sete e gli stucchi dei palchi. Se nel Seicento un sol fanale ad olio rischiarava la sala e si spegneva all’alzarsi del sipario per lasciare ogni ulteriore funzione illuminante a due doppieri con lumicini ad olio colorati ai lati del proscenio, il Settecento poco aggiunse di certo a quel lume. E si sa che non solo nel secolo decimosettimo, come notava il Galvani, ina ancora nel successivo lo spettatore - 54 -