170 UMBERTO URBANAZ■URBANI chi idoli, eresse nuovi alluri aH’Amore, ulla Bellezza, alla Vita. Come nessuno dei croati, Begovié risvegliò con abbagliante modernità, con gioconda naturalezza. con fine e velala voluttà, l’epoca del Petrarca, del Boccaccio e del Poliziano, ravvivando gli angioli di Frate Angelico e ridestando i concenti di Carlo Dolce intorno alle carni frementi di una Melisonda moderna, che ha nome Zoe Boccadoro. L’odierna letteratura croata non vanta probabilmente liriche più flessuose, più perfette per la forma, più scintillanti per la lingua, più molli, più voluttuose, più ebbre di bellezza e di giovinezza. Nondimeno, «>Kgi- dopo olire due decenni, rileggendo il canzoniere magnifico, la marchesa Zoe Boccadoro non mi sembra quella di un giorno. 11 suo giovine corpo non mi affascina, nè sgusciante dall’azzurro sospiro delle onde, nè immerso nelle morbide candide trine del minuetto. Ancorché io sia convinto che l’ellenico ottimismo della voluttuosa poesia di Xeres de la Maraja e del gentil mondo latino, in cui andò errando assieme alla leggiadra marchesa, abbia più giovalo alla giovine generazione croata, che non i canti profondi, ma luttuosi di Sii vi je 'Strahimir Kranjèevié, sintesi titanico di tutti i pessimismi, da quello di Leopardi a quello di Heine, oggi più di Zoe Boccadoro mi piace, a mo’ d’esempio, la bella ed infelice Stanojka, la figlia del povero campanaro Elia, che, per scongiurare il temporale minacciante i raccolti, corre ad afferrare la corda della campana e. mentre suona a martello, è incenerita dal fulmine...