60 UMBERTO URBANAZ'URBANI il popolo, coronato di rose, visse e vive un altro popolo, coronato di spine: quel popolo è il popolo serbo, il più grande ed il più infelice fra i piccoli popoli, come il nostro fu il più grande ed il più infelice fra i popoli grandi. Il compito del popolo serbo fu di difendere contro la mezzaluna il nuovo emblema deH’umanità e di salvare la civiltà occidentale: esso ritrovò nondimeno nel suo spinoso cammino la sua giovinezza, perchè su quella stessa penisola, ove erano nate le Muse, nacquero anche le Vile. Da Goethe a Walter Scott, da Mickiewicz a Puskin, da Charle Nodier ad nostro Fortis, e fino ai giorni nostri, non pochi sono coloro, che nei canti nazionali serbo-croati rividero la giovinezza della vita, la fonte della poesia, gl’ideali deH’umanità. Il tedesco Grimm diceva che i canti nazionali tedeschi si potevano nascondere dinanzi ai canti nazionali serbi e che, ad esempio, « La fondazione di Scutari sulla Bojana* è una delle poesie più commoventi di tutti i popoli e di tutti i tempi. ^>ono tutti belli quei canti, diceva, belli come i canti di Omero. E Goethe, che dalla traduzione italiana dell’abate Fortis, tradusse in tedesco la « Hasanaghi-nizza», disse che tra i canti nazionali serbi ce ne sono da collocare accanto al « Cantico dei Cantici ». Già l’umanista Sisgóreo nel suo «De situ Illyriae* paragonava le liriche nazionali serbocroate alle più perfette liriche della classica antichità.