160 UMBERTO URBANAZ - URBANI dalla vita, nell’infinito, dove ha tempralo l’animo, prima di scendere fra gli uomini, portatore della buona novella. E nondimeno anche nelle eccelse solitudini, sentì le ali del tempo e della morte e -i accorse che il bel mondo d’oro, di gemme, di sogni e di chimere, che si era costruito, era inanimato. Sulle «Leggende slave» e sui canti di «¿ivana», ebbri di giovinezza pagana, di entusiasmo e di gloria, il poeta sparse più lardi le lagrime di « Spigolature» e di «Intima». E’ il gemito di Carducci: Ah, quel che amai, quel che brinimi fu invano... Il dolore del Nazor non degenera nella disperazione. I suoi dolori sono figli del pensiero e non del sentimento. Il Nazor, che descrisse tutte le sfumature delle ombre, delle luci e delle tenebre e che riprodusse tutte le voci del crealo, dalle più giulive alle più cupe, anche dell'amore, vide lutti gli aspetti e sentì tutte le ebbrezze e tutte le amarezze. Nell'« Erotica », nei « Ditirambi », nei « Canti dionisiaci », nei « Centauri » nelle « Leggende bibliche », c’è un’intera galleria di creature per le quali l’amore è l’essenza della vita e la vita nella morte. Ancora più ardente, ancora più appassionato è l’amore che il poeta offre a colei che gli darà la propria giovinezza e l’ardore del giovine corpo. Ma anche l’amore, come il mondo dei sogni, verrà alfine distrutto dal pensiero. Il poela invocherà che gli si bendino gli occhi per non vedersi la mano costretta a sezionare l'amore----