176 UMBERTO L'RBANAZ • URBANI E quando Duèan osserva alla madre che essa non è tale, la donna risponde: — Io no, perchè.sono io a nutrire con il mio cuore e a dissetare con il mio sangue. Io sono la vittima. La cosa più dolce è esser vittima. Non morde la coscienza, non duole l’anima, non strazio la disperazione. — Tale, o figlio, è la vita. Da una parte i folli, dall’altra i deboli, da una parte il carnefice, dall’altra il martire. Ogni umana felicità è costruiti sull’infelicità altrui. Ogni volta, che auguro dei bene a te e ai tuoi fratelli, chiedo: Dio mio, chi sarà a pagare il conto? Vorrei compiangerlo, perché mi fa pena, perchè a nessuno voglio male, ma a voi — a voi desidero bene____ Quanti residui di fatalismo e di schiavitù turca nella donna della Dalmazia slava ortodossa ci svela il romanzo del Begovic. Il maschio non è meno latino, che turco, non meno occidentale, che orientale. E allora abbiamo, come scrisse l’Ogrizovic, le Rodjene, novelle Giuliette e Virginie, e abbiamo i DuSan, che non sono nè Romei, nè Paoli. Da qui i tragici ed inevitabili conflitti. Non ha forse la schiavitù rinsaldato il senso della monogamia nella donna e la civiltà non ha forse sviluppato il senso di poligamia nel maschio? La meravigliosa arte del Begovic, che ha dato vita alla storia di Rodjena e di Dusan, mi conferma nel pensiero, frutto di anni di studi di letterature slave, che la letteratura serbo-croato-slovena è la sintesi della civiltà occidentale e orientale, è l’essenza dello