80 UMBERTO URBANAZ-URBANI di lutti i guai della figlia ed ora veniva a procurargliene di nuovi. Con maniere burbere, Efendi-Mita viene a batter cassa e a ricordare al giovine genero che non avrebbe mai data la figlia a contadini villani, se non avesse pattuito per forti somme di denaro. Con disprezzo, Tomèa getta due borse, gonfie di ducati, al suocero ingordo, ma l’insulto atroce gli fa perdere il bene della ragione. Non si calma più, diviene bestiale come il defunto padre, batte e percuote Sofia e la costringe a tracannare acquavite con lui fino a tarda notte. Cosi finì l’ultimo rampollo di Hadzi-Trifun: quella Sofia, che per la sua bellezza e per il suo animo superiore era ammirata da tutti, in pochi anni divenne uno spauracchio umano e nel suo ventre s’incarnarono le maledizioni del sangue e vennero alla luce altre creature cieche, idiote, sventurate. L’intreccio del romanzo, anche senza scendere a particolari, fa intrawedere la grandiosità del lavoro. Tutte le estrinsecazioni dell’amore orientale più veemente, ci descrisse lo scrittore serbo con scene e con tinte nuove e mai prima tentate: egli stesso, uscito da quell’ambiente, egli stesso bruciato dal sangue impuro nelle vene, rivisse la lotta dello razze balcaniche, il conflitto delle generazioni e delle caste sociali e l’urto dei vecchi e dei nuovi tempi. Borisav Stankovié non ricavò dalla storia del suo paese singoli quadri, ma fece rivivere la storia di secoli con tutte le passioni e con tutti gli istinti