SCRITTORI JUGOSLAVI 205 classicismo. Rifaccia o elabori pure, come riconosce egli stesso, idee altrui, già si delinea il carattere e l’indole del Carducci. Fra le parole, celebranti lo divinità e gli eroi antichi, ei sono pensieri che dimostrano limpidamente come il Carducci non vivesse solamente nel sogno beato dell’arte antica, ma sentisse di essere uomo del suo tempo ». iParco nell’appellarsi a giudizi espressi sul Carducci da Chiarini, da Panzini, da Hillebrand e da altri critici, il Petravic esprime i propri giudizi in forma breve e concisa, come a corollario di due premesse. E queste premesse sono i vari brani citali da «Confessioni e battaglie» e le magnifiche traduzioni da « Juvenilia », da «Rime nuove», da «Odi barbare» e da «Rime e ritmi». Da questo felice connubio, in cui c’è tanto del Carducci e tanto del Pelravié, risalta in tutta la sua classica grandezza la figura maestosa del poeta. Pochi canti — alcuni perchè di minore importanza, alcuni perchè troppo ribelli alla versione — sono tradotti in prosa; gli altri sono tradotti in versi, corrispondenti alla metrica carducciana. Già nel 1910, quando uscirono le prime traduzioni del Petravic, il «Marzocco» lodava la maestrìa del traduttore jugoslavo. 11 Petravic tradusse cinque canti da « Juvenilia », nove da « Rime nuove » (fra esse « Le primavere elleniche »), quattro da « Rime e ritmi » e ven-tidue da «Odi barbare», fra le quali «Preludio», «Ideale», «Fantasia», « Mors », «Sogno d’estate», « Sirmione », « In morte di Eugenio Napoleone »,