Svetislav Stefànovló Quanto mi piace, caro Alfredo Fanzini, quella tua jijccola schiéru di uomini, cne pervenuti aa una pìccola terra, da dove si scoprivano i corsi degli astri e si vedevano le vie del mare, scopersero la via della loro anima e rivaleggiarono con gli dei immortali. «Quella piccola ferra fu l’fcPade: quel piccolo |)oj)olo fu il popolò ellenico* scrive Panzini. «La vita che esso visse, si chiamo « giovinezza * ! Ma esso visse una breve vita; consumò, bruciò — per così dire — nel giro di qualche secolo, l’ardore della sua vita, cinta di rose!». « Più tardi gli uomini ripresero il loro viaggiò per il mondo, buttarono via le rose e si coronarono »li i I ' : * « * ' ; ! di spine e inalberarono per loro emblema una croce: ma jjer non anlecijjàre sotto il sole il regno delle tenebre, rifecero la loro strada, si moltiplicarono, coprirono anzi la faccia del mondo e fecero infinite scoperte e progressi, ma non rividero più la loro giovinezza ». Eppure, ottimo Panzini, su