180 UMBERTO URBANAZ - URBANI cola (ìjurgja, la sorella minore di Mara; accortasi che davanti al quadro non ardeva più il lumicino, grida spaventata: «Mara... Maria Vergine! Si k spenta la lampada!... » 11 secondo atto ci porta in casa di Damiano, nel giorno delle nozze. Le donne preparano il talamo degli sposi e le amiche della sposa gettano dalle finestre dolci e frutta ai monelli, che si pigiano sulla strada. Un incanto di poesia orientale aleggia sui pittoreschi costumi nuziali serbo-ortodossi fino al punto in cui il capitano dice alla madre di Damiano: «Sorella, eccoti la giovinezza e la verginità della mia creatura, in cui c’è tutto l’orgoglio della mia casa, tutto l’ardore del mio sangue, tutta la mansuetudine e l'arrendevolezza della madre di lei. Con lei. l’ultima gioia lascia il mio tetto. Possa ella portare qui dentro tutto ciò che la felicità non portò nella mia casa. Ricevila e-custodiscila, perchè in lei c'è un grande tèsoro!» Con parole non meno belle, risponde la madre di Damiano, dinanzi al corteo nuziale, che accompagnò dalla chiesa la bella sposa, vestita di bianca e incoronata di fiori ed il giovane Damiano, nella lunga veste sacerdotale. Ad un tratto la sposa si sente male. Tutti pensano, che la abbia accasciata il dolore per la sorellina, impazzita dallo spavento, la notte fatale, che le ragazze avevano ricoverato in casa il brigante. Ma in realtà, Mara s’impressionò, perchè nell’u-scire di chiesa, si imbatterono in uno strano mendicante. Mara ebbe tosto il presentimento che, sotto