228 a restar fuori colla sua persona, la quinquereme e due galere bastarde; le altre fossero licenziate, a quattro alla volta, con buon ordine. All’ incontro i Savi agli Ordini proposero, die restassero in armata quelle che v’ erano andate ultimamente, e che il generale fosse tenuto a provvedere al bisogno loro, sì di ciurme, come di armeggi. Per questa opinione parlò messer Francesco Morosini, Savio agli Ordini, allegando eh’ era maggior discarico pel generale il dichiarargli le galere che avevano a star fuori, che il rimetterle a lui; poi, essere più onesto che le più nuove e le ultime partite restassero in armata, e non le più vecchie; essendo disconvenevole che le andate di fresco, che avevano speso assai per mettersi in ordine, dovessero ora ritornar dentro e non continuare il lor reggimento. In fine, fu deliberata l’opinione del Collegio; dal quale pure fu preso, che le nostre genti, eh’erano sul bresciano, sul bergamasco e sul veronese, si avessero a distribuire secondo la porzione loro nei territorii delle nostre terre, e che, fatta la cernita delle genti, quelle si riducessero al numero di quattromila fanti, e il restante fosse licenziato, per alleggerire le grandi spese che si erano sostenute. Fu proposto da messer Alvise Gradenigo, messer Alvise Mocenigo e messer Leonardo Emo, e dai Savi di Terraferma che, conciossiachè il conte di Cajazzo avesse mancato più volte di fede alla Signoria, e avesse usate diverse discortesie nei nostri luoghi del bergamasco e del bresciano, anche contro i nostri Rettori, fosse data licenza a lui e a tutta la sua compagnia. Alla quale opinione, quasi passata e principiata a ballottare, contradisse messer Valerio Marcello, provveditore sopra le vettovaglie, affermando: che, non era onesto il correre a furia alla condannazione d’un capitano, prima che fossero intese le sue ragioni e comprovate le imputazioni; poi, che non era utile alla Repubblica l’ingiuriare una persona simile, la quale a tempo e a luogo po-