180 peccato non vuol riconoscersi, anzi contrasta di non avere errato ». E qui fece fine, e messer Gasparo si partì: ma poi ritrovatosi coll’ambasciatore del duca che allora era in quella corte, gli comunicò quanto aveva negoziato con Cesare a beneficio del suo Signore, e consigliollo che subito andasse dall’ imperatore e con quella maggior umiltà che poteva si abbassasse e gli chiedesse il salvocondotto per il padrone. Così fece l’ambasciadore, al quale l’imperatore compiacque ed ordinò il salvocondotto. Fatto questo, il pontefice avendo inteso da messer Gasparo l’operazione da lui fatta per il duca di Milano, disse: che la era contraria a quella che l’imperatore avevagli affermato di fare nella sera inanzi; sicché gli pareva che le cose della pace s’indirizzassero su buona strada. Oltra le lettere dell’oratore, fu letto un breve del pontefice diretto alla Signoria per il suo legato appresso di quella. In questo ringrazia assai la Repubblica del restituire Ravenna e Cervia; le promette di perdonare a quelli che hanno favorito contra di lui le nostre ragioni; promette di non mancare di giustizia ai nostri che hanno da fare in detti luoghi; e in fine di adoperarsi in questo negozio della pace con Cesare a beneficio della Signoria. Lette le lettere, per tutti i Savi fu risposto a messer Gasparo Contarmi ; prima alle lettere dei tredici e dei quattordici, lodandolo sommamente del modo usato nel principio di questa pace: e per sua informazione gli fu dichiarato, che nel mandato si nominasse il pontefice; quanto al duca d’Jhjnno, che se non si poteva numerare tra i principali della pace, almeno a parte si facesse menzione di quello e del suo stato, e gli fosse fatta la riserva delle ragioni che ha nello stato di Sora. Appresso, per un’ altra mano di lettere fu scritto: che se i Cesarei lo ricercassero di lega ovvero di tregue tra i principi d’Italia, dovesse ricusarle con ogni studio; affermando che la lega era mezzo d’interrompere facilmente la pace, e che molto meglio era stabilire la pace senza nominar lega,